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αὐξανόμενοι εἰς τὴν ἐπίγνωσιν τοῦ Θεοῦ
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Giuseppe Guarino
LA CENA DEL SIGNORE
INDICE Conclusione - La Cena del Signore ________________
Il cristianesimo non è una religione di ritualismi. L'ebraismo con i suoi infiniti precetti e prescrizioni, lascia il posto alle realtà vere, celesti ed interiori, della nuova fede. Il tempio visibile di Gerusalemme è ora l'edificio spirituale della Chiesa, dove persino ogni cristiano diviene "tempio di Dio" in quanto in lui individualmente dimora Dio, lo Spirito Santo. Tutti i sacrifici previsti dalla Legge vengono sostituiti dall'unico perfetto sacrificio di Gesù. Una religione esteriore e visibile, molto complessa, viene sostituita da una religione semplicissima, ma allo stesso tempo profondissima perchè tutta imperniata sulla spiritualità dell'individuo e sul rapporto personale con Dio, al quale, ormai, la Grazia permette, a motivo dell'opera completa e definitiva di Gesù, di avere accesso diretto. Ebrei 19:23. Che di ritualismi vi fosse poco posto nella nuova fede, l'attesta il totale disinteresse del Nuovo Patto verso le mille prescrizioni che invece troviamo nell'Antico. Al contrario, il Nuovo spazza via tutto, in Cristo. Eppure troviamo che la voglia di religione degli uomini, a misura d'uomo e quindi, comodamente visibile, cerca sempre di farsi spazio anche nella vera fede. Il cattolicesimo, abbandonando l'interiorità, sublima l'esteriore; trascurando la sostanza, sublima l'apparenza. E un semplice atto commemorativo diviene un solenne sacrificio, complesso quanto le prescrizioni dei leviti. Tanto complesso e sofisticato quanto inutile e non richiesto dal Nuovo Patto, non previsto e non necessario. E' stato, come spesso accade, discutendo su piccoli dettagli che riguardavano la composizione degli elementi del pane e del vino che ho intrapreso di scrivere anche su questo argomento. Come è mia abitudine ho dato un'occhiata alla storia, alla realtà che mi circonda ed alla patristica. Ma è nella Scrittura che ho trovato la Verità. E' una Verità talmente semplice che rischia di sfigurare agli occhi di chi è incantato da suggestive ritualità, ma è una Verità così profonda e radicale dove stupendamente trionfa l'amore di Dio e la perfezione del suo piano di redenzione per l'uomo. Nelle religioni fatte a misura d'uomo trionfa l'uomo e il suo bisogno di una religione e di segni visibili. Ecco le mie conclusioni.
Nei tre vangeli sinottici troviamo la narrazione di quanto accade durante l'ultima cena di Gesù con gli apostoli, quando egli celebrò con loro l'ultima Pasqua, prima della crocefissione. Riporto il testo dei tre vangeli per completezza.
Il vangelo di Giovanni si sofferma su particolari dettagli che non hanno alcuna pertinenza con la nostra discussione e tralascia (intenzionalmente, vista la presenza e diffusione degli altri vangeli?) di menzionare l'accaduto. Notiamo alcuni dettagli. Luca, al contrario degli altri sinottici, ritiene importante premettere il calice al pane, citandolo poi due volte. Forse perché sia Marco che Matteo vengono dalla tradizione ebraica, dove la celebrazione pasquale prevede il mangiare il pane azzimo ma nulla dice sulle bevande utilizzate. Luca, ormai cristiano quasi di seconda generazione e discepolo di Paolo, percepisce e trasmette la forza del simbolismo del calice, e del sangue del nuovo patto di Gesù che rappresenta. La stessa preminenza la ritroviamo nel famoso scritto antico chiamato Didaché. Il Didaché, “Insegnamento” in greco, era anche conosciuto nell’antichità come “L’insegnamento dei dodici apostoli” o nomi simili, è uno scritto molto antico ed è di solito inserito in quella raccolta dei più antici scritti cristiani chiamata “Padri Apostolici”. Alcuni lo hanno datato persino fino a circa il 50 d.C., alcuni al più tardi verso il 150 d.C. L’edizione che utilizzo, The Apostolic Fathers, Greek Texts and English Translations of Their Writings, Second Edition, J.B. Lightfoot and J.R. Harmer, Editors and Translators. Michael W. Holmes Editor and Reviser, data lo scritto verso la fine del I secolo. Questa è l’edizione che utilizzerò nelle mie citazione dai Padri Apopstolici. La traduzione dall’inglese (con qualche sguardo dato al greco a fronte) è mia. Nel Didaché il "ringraziamento" (in greco eucaristiaς, eucaristias) avviene prima per il calice e poi per il pane, sebbene poi venga detto "nessuno ne mangi o beva...", premettendo il mangiare al bere, come logico del resto, oltre che scritturale. Paolo ricorda la Cena del Signore ( è così che la chiama, I Corinzi 11:20 ) e, rimproverando i fedeli della chiesa di Corinto, ricorda la solennità di una tale celebrazione: 1Corinzi 11:23-26: “Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.” Nell’epistola ai Corinzi abbiamo una importante testimonianza sulle circostanze durante le quali la celebrazione della Santa Cena avveniva. Paolo infatti scrive: “Quando poi vi radunate assieme, quel che fate, non è mangiar la Cena del Signore; poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre l'uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete voi delle case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e fate vergogna a quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Vi loderò io? In questo io non vi lodo”. I Corinzi 11:20-22. Nella chiesa primitiva era diffusa la pratica di riunirsi insieme per la cena, la quale culminava nella celebrazione della Cena del Signore. Questo tipo di incontro veniva chiamato agape, termine che comunque in greco significa “amore”. Anche le lettere di Ignazio, vescovo di Antiochia all’inizio del I secolo d.C., fanno parte di quella raccolta di scritti chiamati dei Padri Aspostolici. Nella lettera che egli scrisse alla chiesa di Smirne, egli dice: “Non è permesso senza il vescovo né battezzare né tenere un agape”. Utilizzo questo termine, traslitterato soltanto dal greco originale, perché tuttora diffuso nelle chiese evangeliche italiane nel significato del termine che assume in queste circostanze nel periodo apostolico. Anche qui, visto il contesto, visto che l’agape viene menzionata dopo il battesimo, è facile dedurre che tale circostanza, l'agape, fosse considerata un momento importante e che, in quel contesto, la Cena del Signore venisse celebrata - anzi permettetemi di essere meno solenne ma rispecchiare di più la scrittura sostituendo il termine celebrata con quello di ricordata! Non vi è nella Scrittura alcuna menzione circa altre modalità o dettagli della celebrazione della Santa Cena. Non è detto quante volte e quando debba essere celebrata. Giustino Martire è un cristiano vissuto nella prima metà del II secolo. Giustino nella sua prima Apologia, ai capitoli 65, 66 e 67, che citerò per esteso più in là in questo studio, testimonia che la Domenica è il giorno in cui i cristiani si riuniscono e, tra le altre cose, ripetono il memoriale dell’ultima cena di Gesù.
Passiamo a considerare gli elementi della Cena del Signore. Il pane mangiato da Gesù e gli apostoli è pane azzimo, cioè non lievitato. Nella narrazione dei Vangeli non si fa alcuna menzione espressa circa la qualità del pane. Ma il contesto e la nostra conoscenza circa le previsioni delle festività pasquali ebraiche ci consentono di affermare con certezza che il pane dell’ultima cena di Gesù fosse pane azzimo. Leggiamo da Matteo, il preludio alla narrazione che abbiamo citato all'inizio: "Or il primo giorno degli azzimi, i discepoli s'accostarono a Gesù e gli dissero: Dove vuoi che ti prepariamo da mangiar la pasqua? Ed egli disse: Andate in città dal tale, e ditegli: Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la pasqua da te, co' miei discepoli. E i discepoli fecero come Gesù avea loro ordinato, e prepararono la pasqua. E quando fu sera, si mise a tavola co' dodici discepoli…”, Matteo 26:17-20. La ricorrenza che sarà l’occasione per l’ultima cena con gli apostoli, è quella pasquale e degli azzimi. Leggiamo quali sono le prescrizioni per il pane da utilizzare nella celebrazione pasquale ebraica nel libro dell’Esodo. Tratto da Esodo 12: 1–20: “L'Eterno parlò a Mosè e ad Aaronne nel paese d'Egitto, dicendo: 'Questo mese sarà per voi il primo dei mesi: sarà per voi il primo dei mesi dell'anno. Parlate a tutta la raunanza d'Israele, e dite: Il decimo giorno di questo mese, prenda ognuno un agnello per famiglia, un agnello per casa; e se la casa è troppo poco numerosa per un agnello, se ne prenda uno in comune col vicino di casa più prossimo, tenendo conto del numero delle persone; voi conterete ogni persona secondo quel che può mangiare dell'agnello. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell'anno; potrete prendere un agnello o un capretto. Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la raunanza d'Israele, congregata, lo immolerà sull'imbrunire. E si prenda del sangue d'esso, e si metta sui due stipiti e sull'architrave della porta delle case dove lo si mangerà. E se ne mangi la carne in quella notte; si mangi arrostita al fuoco, con pane senza lievito e con dell'erbe amare...Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case; perché chiunque mangerà qualcosa di lievitato, quel tale sarà reciso dalla raunanza d'Israele: sia egli forestiero o nativo del paese. Non mangiate nulla di lievitato; in tutte le vostre dimore mangiate pani azzimi”. E' quindi certo che il pane mangiato dagli apostoli con il Signore fosse azzimo. Nessuna prescrizione circa le bevande viene rinvenuta nella pasqua tramandata secondo l’insegnamento di Mosè. Il dettaglio importante di una tale ricorrenza erano l’agnello e il pane azzimo. Mentre, come ci sembra sottolineare Luca nel suo parlare del calice prima e del pane poi, la transizione nella celebrazione cristiana vede molto importante la presenza del vino, del calice, in quanto simbolo del sangue versato da Gesù, l’Agnello di Dio. Circa la qualità del vino utilizzato da Gesù nell’ultima cena pasquale con gli apostoli, nulla viene detto. Il dettaglio singolare che non ricordavo affatto, è che la menzione del vino è indiretta: si parla di un calice, ma non espressamente di vino. Vedi ad esempio la citazione del testo paolino. Anche nelle narrazioni degli evangeli, viene specificato solo indirettamente che il calice contenesse del vino.
La parola tradotta di solito “calice” corrisponde all’originale poterion (poterion) che nulla sembra indicare circa la bevanda in esso contenuta. La International Bible Standard Encyclopedia, scrive: “Ai tempi dell’Antico Testamento il vino era bevuto non diluito, e il vino mischiato ad acqua era considerato rovinato (Isaia 1:22)… Più tardi però, l’uso dei greci di utilizzare vini diluiti ha ottenuto una tale diffusione che lo scrittore di 2 Maccabei parla di vino non diluito come “sgradevole” (polemion). Una tale diluzione è tanto comune nei secoli a venire che la Mishna la considera scontata e, in verità, R. Eliezer ha persino proibito che si dicesse la benedizione della tavola con del vino non diluito (Berakhot 75). La quantità di acqua era molta, solo un terzo o un quarto del composto era vino (Niddah 2 7; Pesachim 108b)… ( Interrompo la citazione per aggiungere il brano richiamato, 2 Maccabei, che legge: Come il bere solo vino e anche il bere solo acqua è dannoso e viceversa come il vino mescolato con acqua è amabile e procura un delizioso piacere, così l’arte di ben disporre l’argomento delizia gli orecchi di coloro a cui capita di leggere la composizione. E qui sia la fine”. Tratto dalla traduzione: La Bibbia di Gerusalemme. ) Il vino dell’ultima cena, quindi, può essere definito in termini moderni come un vino dolce, rosso, fermentato e piuttosto diluito. Visto che indubbiamente era questo il vino in commercio, non vi è alcuna ragione per supporre che quello utilizzato in quella occasione fosse particolarmente “puro”. Ho rinvenuto questo commento nella versione 4.8 del programma SwordSearcher, ed è firmato da Burton Scott Easton. Altri ambienti cristiani ritengono che il vino utilizzato da Gesù durante l'ultima cena fosse vino non fermentato, succo d'uva, in parole povere. Ciò anche in armonia con il modo in cui la bevanda viene definita nei vangeli: "frutto della vigna". Questa opinione è particolarmente diffusa negli ambienti anglosassoni. Personalmente sono membro di una chiesa americana dove la Cena del Signore avviene puntualmente con succo d'uva e pane azzimo. Di solito in quegli ambienti la condanna di bevande alcoliche è assoluta. Non voglio andare nei dettagli di una tale opinione, che riporto per amore di completezza come una possibile interpretazione, ma che non mi sento di potere sostenere o avvalorare. Siamo certi però di potere affermare, che, sebbene di pane e di vino ci parla il Nuovo Testamento, lo fa in un contesto diverso dal nostro, con i termini che possono avere per noi, uomini del XXI secolo, un significato leggermente diverso da quello che allora servivano ad indicare o descrivere. Non parliamo certamente di differenze sostanziali, ma, qualora per desiderio di approfondimento, vorremmo sapere cosa in realtà stavano ad indicare, scopriamo, che, per quello che ci permettono di sapere la Scrittura e la nostra conoscenza storica, ciò che il Nuovo Testamento definisce genericamente pane è nello specifico pane azzimo, non lievitato, secondo l’uso pasquale ebraico, e la bevanda chiamata vino o, più esattamente “frutto della vigna”, assomiglia ma non è identica al vino oggi in commercio, come noi lo conosciamo. In sostanza pane e vino, in particolare qualcosa di simile ma non perfettamente rispondente agli elementi della nostra realtà quotidiana. Del resto anche oggi la composizione o la lavorazione di questi due elementi, come di molti altri, varia anche a seconda del luogo. E’ notevole ad esempio la differenza fra il caffè italiano e quello americano. Eppure sono entrambi chiamati con lo stesso termine, ed a ragione. Circa la prassi della chiesa primitiva apprendiamo da Giustino che accanto al calice con del vino, era presente anche l’acqua. Egli scrive: “Quindi ci alziamo tutti insieme e preghiamo, e, come abbiamo già detto in precedenza, al termine della nostra preghiera, il pane, il vino e l’acqua vengono portati, e colui che presiede allo stesso modo offre preghiere e ringraziamenti, secondo la sua abilità, e gli intervenuti assentono, dicendo Amen”. Apologia, capitolo 67. Concorderebbe con questa prassi dell’antica chiesa, cioè la presenza di acqua nella cena eucaristica, la precisazione di Ireneo, vescovo di Lione vissuto nel II secolo, sull’uso dei cristiani in contrasto con quello degli eretici, i quali utilizzavano acqua soltanto. Contro le Eresie, libro V, capitolo 1.
La nostra discussione non sarebbe completa (non lo è comunque, ma almeno diamogli una parvenza di completezza) se non accennassi alla maniera di celebrazione della Santa Cena nelle chiese cristiane. Avendo considerato i brani della Scrittura sopra citati, appare evidente come la celebrazione della Messa cattolica si distacchi profondamente dalla Cena del Signore della Bibbia. Sono troppi i punti di chiaro distacco dalla prassi originaria della chiesa. Ø Il calice non è offerto a tutti i partecipanti alla celebrazione. Eppure abbiamo letto così nella Scrittura: “Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo". Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati.” Matteo 26:26-28. Il Concilio di Trento proibì che il calice venisse porto ai fedeli. Qualsivoglia potessero essere le motivazioni, la Chiesa Cattolica ha peccato almeno di presunzione, revocando un comando del Signore per imporre la propria volontà. Certo sfugge, comunque, come un pronunciamento infallibile come quello conciliare, abbia dovuto essere rivisto dal Concilio Vaticano II che oggi, in linea teorica, ammette che anche i fedeli abbiano accesso, o meglio possano avere accesso, dietro particolari disposizioni e condizioni, alla comunione completa, prendendo anche il calice. Nella prassi ciò non avviene, non nelle chiese italiane almeno e non nelle celebrazioni ordinarie della Messa. Un tale scostamento dalla celebrazione della Cena del Signore è ingiustificabile, dottrinalmente, in base al dato biblico, e storicamente, avendo la Chiesa per molti secoli reso partecipi tutti i fedeli anche del calice fino alla decisione del Concilio di Trento. Ø La Cena del Signore, è così che viene chiamata nella Scrittura, nel già citato brano di I Corinzi 11:20, istituita per ricordare il sacrificio di Cristo, è invece nella Chiesa Cattolica la ripetizione del sacrificio di Cristo, non una “rammemorazione”, come indicato dalla Scrittura. La transustanziazione è un termine complicato per esprimere un concetto inesistente nella celebrazione autentica della Scrittura e se deviamo la nostra attenzione, come spesso si fa, dalla ricerca del significato di una terminologia tanto complicata per considerarne semplicemente l’impossibilità di una valida possibile dimostrazione scritturale del suo significato, ci accorgeremo che la Chiesa Romana ha ancora una volta sostituito la propria volontà a quella di Dio. Possiedo un vecchio libro, per me prezioso, di catechismo (ovviamente con imprimatur) del Sac. Luigi Locatelli, dal titolo Scienza Vera, Società Editrice Internazionale, Torino 1964. A pagina 50 del III Volume si legge: “La Santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo che, sotto le specie e apparenze del pane e del vino, viene offerto dal sacerdote a Dio sull’altare, in memoria e rinnovazione del sacrificio della Croce.” La frase “in memoria” va benissimo, è in accordo con la Scrittura. Ma “rinnovazione” no. Il testo che utilizzo come riferimento per la dottrina cattolica, è ovviamente il Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, pubblicato durante il pontificato di Giovanni Paolo II e sotto la supervisione dell’attuale papa Joseph Ratzinger. E’ un’opera definitiva e apprezzabile per completezza, chiarezza nell’esposizione e anche molto leggibile per la sua schematicità e completezza. Ma sebbene apprezzi quest’opera e la rispetti, in diversi punti mi trovo costretto a dovere concludere che essa espone benissimo, in maniera erudita e convincente delle dottrine comunque scritturalmente errate. Nella sintesi al termine dell’Articolo 3, Il Sacramento dell’Eucaristia, pag.367 dell’edizione in mio possesso, si legge: “In quanto sacrificio, l’Eucaristia viene anche offerta in riparazione dei peccati dei vivi e dei defunti, e al fine di ottenere da Dio benefici spirituali o temporali”. Oltre a quanto sopra citato, propongo, sperando di non violare i diritti di autore (se accade non è per colpa ma per ignoranza) in formato pdf la riproduzione di alcune pagine un prezioso scritto che fa parte della mia collezione personale di libri antichi, dove è discusso della Messa come sacrificio. leggi Che si arrivi dal dato biblico, così semplice ed immediato, ad una tale complicata ed intricata concezione del significato della Cena del Signore, sebbene sia spiegabile e rintracciabile storicamente nel tragitto della dottrina di una chiesa che diviene nei secoli tanto più ritualista e piena di esteriorità tanto più si allontana dalla Scrittura spiritualmente e temporalmente dall’epoca degli apostoli, non è scritturalmente giustificabile o conciliabile con l’autentico credo cristiano, apostolico, tramandato nelle Sacre Scritture. La Cena del Signore non può essere un sacrificio. La Parola di Dio è così chiara in tal proposito da lasciare perplessi sul peso che viene dato alla Sua testimonianza circa la volontà di Dio per la dottrina della Chiesa Cattolica. Possiamo riferire anche al clero cattolico quanto Gesù disse a quello ebraico? “Voi, lasciato il comandamento di Dio, state attaccati alla tradizione degli uomini. E diceva loro ancora: Come ben sapete annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra!” Marco 7:8-9. La lettura dell’epistola agli Ebrei risulta essere molto illuminante. L’autore di questo straordinario trattato, forse Paolo, forse Luca, o forse Paolo in ebraico tradotto da Luca in greco, lingua nella quale questo scritto ci è pervenuto, si sforza di spiegare proprio il senso del perfetto sacrificio di Cristo che pone fine ai sacrifici previsti dalla Legge mosaica, i quali, in realtà, erano imperfetti e quindi da doversi ripetere fino all’arrivo del perfetto unico sacrificio compiuto da Cristo sulla croce, il quale una volta per tutte, toglieva il peccato del mondo. Ebrei 7:22-28: “Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo. Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro. Infatti a noi era necessario un sommo sacerdote come quello, santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli; il quale non ha ogni giorno bisogno di offrire sacrifici, come gli altri sommi sacerdoti, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo; poiché egli ha fatto questo una volta per sempre quando ha offerto sé stesso. La legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento fatto dopo la legge, costituisce il Figlio, che è stato reso perfetto in eterno.” Ebrei 9:24-28: “Poiché Cristo non è entrato in un santuario fatto con mano, figura del vero; ma nel cielo stesso, per comparire ora, al cospetto di Dio, per noi; e non per offrir se stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo; ché, in questo caso, avrebbe dovuto soffrir più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine de' secoli, è stato manifestato, per annullare il peccato col suo sacrificio. E come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio, così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola, per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a quelli che l'aspettano per la loro salvezza.” Considerando l’assenza di “sacrifici” nel nuovo patto, l’autore dell’epistola agli Ebrei chiarisce quale sia l’unico “sacrificio” nella Chiesa: “Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome”. Ebrei 13:15. In tal proposito, evidenziamo che nella Chiesa Cattolica, visto il ruolo della Messa quale sacrificio, il ministro è chiamato “sacerdote”. Il sacerdozio, proprio per i molteplici servizi divini legati ai sacrifici richiesta dalla legge mosaica, era proprio della fede giudaica, ma nessuna menzione ne è fatta nel Nuovo Testamento. Non viene menzionato nei ministeri della Chiesa e questo proprio perché di sacerdoti in senso stretto non ne sono richiesti nel Nuovo Patto, dove non è previsto alcun sacrificio. Quando Paolo menziona i ministeri necessari per la Chiesa non parla di sacerdozio. Egli scrive in Efesini 4:11-12: “Ed è lui che ha dato gli uni, come apostoli; gli altri, come profeti; gli altri, come evangelisti; gli altri, come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministerio, per la edificazione del corpo di Cristo”. Riepilogando: · Apostoli - Profeti - Evangelisti - Pastori e Dottori. Lo stesso Paolo, nella sua prima epistola a Timoteo, al capitolo 3, parla di Vescovi e Diaconi, i quali sovrintendono la comunità locale. Vescovo e pastore sono lo stesso ufficio. Tanto fondamentale è la figura del sacerdote nella Chiesa Cattolica, quanto sconosciuta alla chiesa primitiva! Se il sacerdozio è davvero così importante, così come il sacrificio da loro offerto quotidianamente, come spiegare non solo il silenzio assoluto della Scrittura, ma addirittura l’indirizzo totalmente opposto di questa verso la creazione di una casta sacerdotale e i servizi ad essa collegati? Nel Nuovo Testamento, al contrario, tutti i credenti sono “sacerdoti” e lo sono in senso spirituale, in quanto hanno accesso alla presenza di Dio ed offrono sacrifici spirituali, come abbiamo appena letto in Ebrei 13:15. In Apocalisse 1:4-6, l’apostolo Giovanni dice: “Giovanni alle sette chiese che sono nell'Asia: Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, e dai sette Spiriti che son davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il fedel testimone, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A lui che ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue, e ci ha fatti essere un regno e sacerdoti all'Iddio e Padre suo, a lui siano la gloria e l'imperio nei secoli dei secoli. Amen.” Il Catechismo della Chiesa Cattolica cita un brano degli scritti di Giustino, lo stesso che ho già richiamato io in questa discussione, la sua prima Apologia per parlare dell’uso della Chiesa primitiva. Sebbene quest’opera utilizzi il brano (davvero molto bello e ricco di valore storico) per sostenere che “La Liturgia dell’Eucarestia si svolge secondo secondo una struttura fondamentale che, attraverso i secoli, si è conservata fino a noi ” e quindi a sostegno storico della Messa cattolica, esso, a mio avviso, è prova del distacco della prassi e liturgia cattolica dall’uso della chiesa primitiva. Riprendiamo tutto questo brano, come viene citato proprio nel catechismo cattolico, e non solo per polemica ma anche per apprezzare la bellezza della continuità della nostra fede nei secoli: “Nel giorno chiamato “del Sole” ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne. Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finchè il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorsoci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi…sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinchè appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti, e di conseguire la salvezza eterna. Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d’acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza love e gloria al Padre dell’universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie (in greco: eucharestian) per essere stati fatti degni da lui di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere ed il rendimento di grazie, tutto il popolo presente acclama: “Amen”. Dopo che il preposto ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua “eucaristizzati” e ne portano agli assenti”. Esaminiamo alcuni dettagli di questo brano. Il giorno chiamato “del Sole” è chiaramente la domenica. Nella lingua inglese quest’uso di riferire un giorno al sole è rimasto nella parola utilizzata per indicare il giorno della domenica, e cioè Sunday, letteralmente “giorno del sole”. Non si parla di alcun sacerdote, al contrario si menziona un “preposto” o “preposto dei fratelli”, nel quale è facile rinvenire la figura del pastore richiamata da Paolo. La preghiera, come l’omelia e la lettura è libera e spontanea. Quindi i diaconi distribuiscono il pane, il vino e l’acqua. “Eucaristizzati” deve intendersi come “sui quali si è reso grazie”. Nessuna menzione di sacrifici o di complesse liturgie o formule. Se la citazione di questo antichissimo scritto vuole essere utilizzata a favore della Messa cattolica, sono convinto invece che,il lettore attento e informato sulle prassi delle chiese di oggi, non potrà non riconoscere il distacco della liturgia cattolica dalla semplicità della prassi cristiana primitiva e dovere concordare in una maggiore continuità e fedeltà nell’uso delle chiese evangeliche o protestanti in genere.
Il dato biblico è talmente semplice! Quella semplicità tipica del Nuovo Testamento la rinveniamo nella prassi cristiana dei primi secoli, tanto più fedele all'evangelo tanto più antica, più prossima al periodo apostolico. Abbiamo riportato delle citazioni. Tale semplicità è oggi osservata nella prassi delle chiese evangeliche. Rileggiamo il brano dell’epistola di Paolo: 1Corinzi 11:23-26: “Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.” Nelle chiese evangeliche la Cena del Signore viene celebrata esattamente come ci dice la Scrittura che debba essere. Prendiamo il pane, rendiamo grazie, e lo distribuiamo a tutti i fedeli. Allo stesso modo, il vino, si rende grazie e si distribuisce ai fedeli. Facciamo queste cose in memoria di Cristo, così che mangiando il pane e bevendo il vino, annunciamo la morte del Signore e ciò fino al suo ritorno. In alcune chiese evangeliche ho visto utilizzare pane normale, acquistato in un qualsiasi panificio e vino comune. Del resto anche Gesù si servì del pane e del vino allora disponibili, perché il simbolismo non era tanto negli elementi quanto in ciò che spiritualmente rappresentavano. E la realtà spirituale del Cristo vivente in noi non dipende da elementi esterni quanto dalla nostra comunione spirituale con lui e il Padre per mezzo dello Spirito Santo, dono di Dio a tutti coloro che credono. In altre chiese il pane utilizzato è azzimo e il vino è succo d’uva non fermentato, visto che alcuni ritengono, così facendo, di essere più vicini alla realtà storica del pane e del vino utilizzati da Gesù. La bellezza dell’autentica della Cena del Signore non è in questi piccoli dettagli o nella ricerca di gesti mistici stereotipati e imposti, quanto nella certezza che, in un simbolismo in fondo così semplice, troviamo un attimo di riflessione per verità tanto profonde e spirituali. Nella Chiesa Cattolica la vera spiritualità è stata sostituita da un suggestivo ritualismo. Ma non è questa la religione cristiana autentica, come chiunque veramente voglia accertarsi della Verità, potrà appurare leggendo il Nuovo Testamento. Nel simbolismo degli elementi della celebrazione pasquale ebraica, Gesù annuncia la sua imminente morte, la morte dell'agnello di Dio che una volta per tutte rimpiazza l'antico patto e i suoi ritualismi che in Cristo ormai diventano realtà e trovano il loro definitivo adempimento, cessando, non avendo più motivo di esistere. Il rito è stato definitivamente sostituito dalla realtà dello Spirito di Dio ora dimorante in noi, grazie a quell'unico, prezioso, perfetto, definitivo sacrificio e alla unica, perfetta e definitiva redenzione che è in Cristo. |
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