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αὐξανόμενοι εἰς τὴν ἐπίγνωσιν τοῦ Θεοῦ
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Giuseppe Guarino INTRODUZIONE ALLA LETTURA DELLA BIBBIA
INDICE
Prefazione
Capitolo 1 - La Bibbia, la Parola di Dio Capitolo 2 - Il canone della Sacra Scrittura
ANTICO TESTAMENTO
Capitolo 3 - L’Antico Testamento Capitolo 4 - Il testo dell’Antico Testamento Capitolo 5 - Le Traduzioni dell’Antico Testamento
Parte II NUOVO TESTAMENTO
Capitolo 6 - Il Nuovo Testamento Capitolo 7 - Il Vangelo ai Gentili Capitolo 8 - Il testo del Nuovo Testamento Capitolo 9 - Edizioni critiche del Nuovo Testamento Capitolo 10 - Antiche traduzioni della Bibbia
Appendice: l'origine della scrittura
Prefazione Questo breve libro è stato scritto, originariamente, per essere utilizzato come manuale di riferimento su vari argomenti biblici durante delle discussioni di gruppo. In realtà non è mai stato davvero utilizzato per questo scopo se non un paio di volte e non nella versione che leggete adesso. Infatti, nel tempo si è andato arricchendo di nuovi dettagli, mentre io stesso apprendevo nuove cose sulla Parola di Dio o sentivo il desiderio di metterle per iscritto. Mi è piaciuto e mi piace scrivere della Bibbia in generale, soffermandomi anche su argomenti che ho sempre ritenuto meritassero una più seria attenzione da parte del vasto pubblico. Ho scritto di argomenti legati al campo della critica testuale o dell’alta critica, argomenti storici e teologici, ma facendolo sempre nella maniera più semplice e comprensibile possibile. Spero che i miei appunti risultino utili a molti. Dio benedica coloro che si avvicinano alla Sua Parola con fede. Lui non li deluderà.
Capitolo 1 La Bibbia: La Parola di Dio La parola "Bibbia" deriva dal greco ta biblia, che significa "i libri". La Bibbia è infatti una raccolta di 66 libri, divisa in due sezioni principali, chiamate Antico Testamento, la raccolta dei libri scritti prima della nascita di Gesù, e Nuovo Testamento, la raccolta degli scritti dei discepoli di Gesù. La Bibbia è la Parola di Dio, ispirata da Dio. In II Timoteo 3:16-17, Paolo scrive: "Ogni scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona." La Bibbia è, quindi, più che un semplice libro, come spesso molti amano sostenere. E’ stata scritto da uomini, nessuno lo nega; ma quegli uomini non stavano scrivendo i loro propri pensieri o le loro idee, bensì quello che lo Spirito Santo li spingeva a scrivere. "...poiché non è dalla volontà dell’uomo che venne mai alcuna profezia, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo.", II Pietro 1:21. Noi crediamo e spieghiamo l’ispirazione della Bibbia come: estesa a tutte le porzioni della Bibbia ed alle stesse parole del testo: la Bibbia è allora interamente Parola di Dio. Come Gesù, la Parola incarnata (Giovanni 1:1-14), la Bibbia, la Parola di Dio in forma scritta, ha una natura umana ed una divina. La natura umana è evidente nel fatto che sono stati degli uomini ad avere scritto i libri della Bibbia, che questi hanno scritto in un linguaggio umano e che i libri dovevano essere preservati attraverso vari processi di raccolta e copiatura. La natura divina della Bibbia è evidente nel fatto che essa è la Parola di Dio, parlata attraverso uomini, ma comunque Parola di Dio, con l'unicità ed autorità che consegue da questo fatto. Le complesse discussioni in essere sui limiti e le conseguenze di tale unicità della Bibbia credo siano meno incisive della devastante semplicità ed immediatezza delle Sacre Scritture. Certamente, la Parola di Dio deve essere considerata come l’unica attendibile testimonianza al vero evangelo predicato da Gesù e dagli apostoli, il vangelo cui credere per la propria salvezza, ed è per i cristiani un insostituibile punto di riferimento per la loro crescita spirituale. Paolo scrisse: "E quando questa epistola sarà stata letta fra voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi, e che anche voi leggiate quella che vi sarà mandata da Laodicea. ", Colossesi 4:16. "Io vi scongiuro per il Signore a far sì che questa epistola sia letta a tutti i fratelli.", II Tessalonicesi 5:27. Le parole trovate all’inizio del libro dell’Apocalisse, possono applicarsi all’intera Scrittura: "Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che sono scritte in essa, poiché il tempo è vicino!", Apocalisse 1:3. La Bibbia è quindi la raccolta di 66 libri. 39 appartengono all’Antico Testamento e 27 al Nuovo.
Capitolo 2 Il canone della Sacra Scrittura. Sebbene non sia evidente dalla terminologia, discutere del "Canone" della Sacra Scrittura, significa discutere di quali libri hanno il diritto di essere inclusi all’interno delle nostre Bibbie ed essere considerati Parola di Dio ispirata. Tratterò la questione in maniera semplice, forse anche troppo per il lettore animato da spirito scientifico. Eppure credo che, da un’ottica squisitamente cristiana, la questione sia estremamente semplice. Per quanto riguarda il canone dell’Antico Testamento, Gesù stesso sigillò con le sue parole il canone ebraico, citando da esso continuamente ed adempiendo le profezie scritte in quei libri. Egli riconobbe anche la classica divisione ebraica di quei libri in Legge, profeti e Salmi, che includevano i libri che oggi noi leggiamo nel nostro Antico Testamento. Luca 24:44: “Poi disse loro: Queste son le cose che io vi dicevo quand'ero ancora con voi: che bisognava che tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, ne' profeti e nei Salmi, fossero adempiute.” L'Antico Testamento è spessissimo citato nel Nuovo. La sua autorità era alla base della dimostrabilità che Gesù fosse il Messia promesso. Gesù stesso cita e menziona apertamente Mosè, Daniele, Davide, e cita continuamente le Scritture. Durante la tentazione nel deserto, ad esempio. O nella sinagoga, leggendo il profeta Isaia, conferma che in lui si avverava quanto lì scritto secoli prima. Paolo scrisse ai Romani circa Israele, dicendo che “a loro furono affidati gli oracoli di Dio.” Il canone ebraico venne incomporato ed accolto in quello cristiano. Non senza qualche problema. Il rigido pensiero giudaico, infatti, ebbe a doversi confrontare con il pensiero del mondo greco – molto più elastico – dove il cristianesimo conobbe la sua diffusione. Era un problema sorto anche quando il giudaismo ortodosso di Israele ebbe a confrontarsi con quello della diaspora ebraica. Quello della chiesa dei primi secoli non fu un compito facile. Già era stato difficile il distiguere ed accogliere l’autentica testimonianza apostolica a discapito da quella falsa di alcuni. Leggiamo nell’apocalisse 2:1-2: “All'angelo della chiesa d'Efeso scrivi: Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra, e che cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro: Io conosco le tue opere e la tua fatica e la tua costanza e che non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli che si chiamano apostoli e non lo sono, e li hai trovati mendaci.” Visto il grande numero di vangeli e scritti apocrifi e i molti falsi attribuiti a questo o quell’apostolo, il compito di raccogliere e stabilire quali fossero gli autentici scritti ispirati del nuovo testamento non deve essere stata cosa da poco. Luca stesso, nell’introduzione al suo vangelo, scrive: “Poiché molti hanno intrapreso ad ordinare una narrazione de' fatti che si son compiuti tra noi, secondo che ce li hanno tramandati quelli che da principio ne furono testimoni oculari e che divennero ministri della Parola, è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato d'ogni cosa dall'origine, di scrivertene per ordine, o eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate.” Paolo stava molto attento e si curava di dare conferme uniche che garantissero l'autenticità dei suoi scritti. 2 Tessalonicesi 3:17. " Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo; questo serve di segno in ogni mia lettera; è così che scrivo." I Corinzi 16:21: "Il saluto è di mia propria mano: di me, Paolo." Colossesi 4:18: " Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo." Le lettere dell'apostolo erano scambiate fra le chiese, come richiede lo stesso Paolo che venga fatto: Col 4:16-18. "Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi, e leggete anche voi quella che vi sarà mandata da Laodicea"1Th 5:27 Io vi scongiuro per il Signore che si legga questa lettera a tutti i fratelli. Nella sua seconda epistola, l'apostolo Pietro scrive degli scritti di Paolo: "...e considerate che la pazienza del nostro Signore è per la vostra salvezza, come anche il nostro caro fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; e questo egli fa in tutte le sue lettere, in cui tratta di questi argomenti. In esse ci sono alcune cose difficili a capirsi, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione come anche le altre Scritture.", 2 Pietro 3:15-16. Nella stessa epistola di Pietro sentiamo tutta la tensione della Chiesa del primo secolo chiamata a distinguere fra veri e falsi apostoli e la coscienza dell'importanza del ruolo degli apostoli e che il Signore non sarebbe tornato in quel periodo, rivelato a Pietro da Gesù stesso, rese primaria la necessità, una volta scomparsi i testimoni oculari, di tramandare in modo certo ed affidabile la testimonianza della resurrezione di Gesù. Scrive Pietro: " Perciò avrò cura di ricordarvi continuamente queste cose, benché le conosciate e siate saldi nella verità che è presso di voi. E ritengo che sia giusto, finché sono in questa tenda, di tenervi desti con le mie esortazioni. So che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come il Signore nostro Gesù Cristo mi ha fatto sapere. Ma mi impegnerò affinché dopo la mia partenza abbiate sempre modo di ricordarvi di queste cose. Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà.", 2 Pietro 1:12-16. Nella chiesa primitiva, quindi, vi era un gran fermento. Da una parte la consapevolezza dell'autorità di quanto tramandato dagli apostoli e da loro sanzionato. Dall'altra la coscienza di dovere conservare questo patrimonio contro un'opera di disturbo praticata in ogni modo: storcendo il significato degli scritti apostolici o con la produzione di falsi (false epistole di Paolo di sicuro) o comunque di rendiconto paralleli non aventi autorità apostolica (Luca 1). L'interesse e la cura della chiesa primitiva, posti i fondamenti e le direttive apostoliche, devono essere stati diretti in una singola direzione: la raccolta di genuine prove apostoliche della fede scartando quelle false. Per quanto doloroso possa essere per la mentalità scientifica del nostro tempo, bisogna ammettere: solo la chiesa primitiva aveva a disposizione i mezzi per potere portare a termine con successo questo compito! E l'unica soluzione possibile è affidarsi alla maniera in cui essa, guidata dalle direttive stesse degli apostoli e dallo Spirito Santo, dalle conclusioni che questa ha raggiunto. Decidere il canone delle Scritture è un compito che non è stato affidato alla chiesa di oggi, ma a quella apostolica, perchè solo quella era in grado di potere operare con successo una cernita. E' di recente scoperta il vangelo di Giuda. Una scoperta che ha fatto particolare clamore. Ovviamente ci troviamo davanti ad una operazione commerciale, ben riuscita. In realtà dell'esistenza di questo scritto la chiesa aveva conservato memoria negli scritti di Ireneo, vescovo di Lione nel II secolo. La chiesa conosceva questo "vangelo" e l'aveva già scartato 2000 anni fa. Il suo valore storico è prossimo a zero e il suo interesse è relegato semplicemente all'antichità del testo. Per i suoi contemporanei aveva lo stesso valore e significato che avrebbe per l'uomo del XXI secolo se questo fosse stato composto oggi: nessuno. Nessun valore religioso, letterario o storico. Ci troviamo soltanto davanti ad un inutile tentativo di perversione di eventi storici cari alla fede cristiana, con l'unico innegabile pregio di avere fruttato molto danaro a chi ne ha promosso la diffusione e vantato un inesistente valore - in cambio delle percentuali sulle vendite dei libri. Scusate la mia crudezza, ma spesso con la regolare comparsa di vangeli ed altri scritti apocrifi e l'affannosa ricerca del sensazionalismo di alcuni "studiosi" ci troviamo davanti ad operazioni di nessun valore religioso o scientifico, legate squisitamente ad interessi commerciali. La semplice verità è che, ad un certo punto, non essendo più stati in vita i testimoni oculari di Gesù i vangeli canonici, gli atti degli apostoli, le epistole e infine l’Apocalisse, vennero a stabilire gli insegnamenti della nuova fede, affiancandosi all'antico testamento, consegnando all'uomo dell'era post-apostolica le Sacre Scritture per la certezza della propria fede.
Capitolo 3 La nascita dell'Antico Testamento Torah in ebraico, Legge in italiano ovvero Pentateuco, sono i vari modi in cui vengono chiamati i primi e più antichi libri della Bibbia sono quelli scritti da Mosè: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Dio comandò espressamente a Mosè di scrivere la Legge. Esodo 17:14: "E l’Eterno disse a Mosè: "Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo." Gesù stesso afferma che Mosè è l’autore del Pentateuco. Giovanni 5:46-47, "Perché se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. Ma se non credete agli scritti di lui, come crederete alle mie parole?" Alcuni studiosi del passato hanno gettato dei dubbi sulla mosaicità dei primi cinque libri della Bibbia. Questi credevano che la scrittura con alfabeto fosse sconosciuta a Mosè e che la tradizione orale fosse predominante nel periodo nel quale egli visse. Ma il tempo e le scoperte archeologiche più recenti hanno dimostrato che entrambe conclusioni erano infondate. Intere biblioteche sono state scoperte in medio oriente, ad Ugarit, a Mari ed Ebla. Forse ci viene difficile crederlo, ma l'uso della scrittura era diffusissimo e riguardava testi scolastici, narrativi, amministrativi. “Nei cento anni che durò Ur III (siamo nel 212o-2000 a.C.), fu prodotta una enorme quantità di documentazione scritta, dove persino le più insignificanti transazioni, come l’acquisto di una sola pecora, venivano registrate. Il risultato è che esistono più tavolette per questo periodo che per qualsiasi altro. Centinaia di migliaia ne sono state scoperte presso vari siti mesopotamici…”, “Città perdute della Mesopotamia” di Guendolyn Leick, pag. 123. Accanto alla tradizione mesopotamica, va anche considerata quella egiziana. Mosè rimase per anni alla corte del faraone essendo istruito in quella cultura. Gli egiziani avevano due maniere per scrivere. Quella più nota, è quella geroglifica. Ma non è l’unica. Già dalla metà del terzo millennio, fu in uso la scrittura ieratica, molto più semplice, utilizzata per documenti amministrativi, contabili, giudiziari, archivi, ecc... Mosè aveva i mezzi per comporre il Pentateuco, per fermare in forma scritta il codice, la Legge del popolo che stava per insediarsi nella terra promessa da Dio. Del resto i più antichi codici di leggi sono stati creati proprio in Mesopotamia, la terra dalla quale Abramo era uscito. Al periodo Ur III va fatto risalire il più antico codice conosciuto, quello del re Ur-Nammu. Di qualche secolo dopo è il più famoso codice del re babilonese Hammurabi. Mosè era stato educato all’interno della corte egizia, apprendendo l’antica e nobile cultura egiziana e la loro scrittura. Nei suoi anni di esilio, egli deve avere appreso da Ietro, suo suocero, le radici della sua fede nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Avendo visto quanto in comune hanno le narrazioni bibliche della creazione, di Noè e del diluvio, con le antiche narrazioni delle epiche dell’antica mesopotamia, è difficile pensare che Mosè non abbia avuto accesso a documenti scritti o orali che riportavano le tradizioni del suo popolo su tali eventi passati. E che da tali fonti può avere attinto, ispirato da Dio, per la composizione della Genesi. Dio aveva preparato quest’uomo, attraverso le incredibili vicende della sua vita, per essere il più grande legislatore della storia dell’umanità. Fu grazie al suo movimentato passato e cultura, con le direttive di Dio stesso, che egli potè dare origine al Pentateuco. Io concluderei, contro chi sostiene il contrario, che non solo Mosè può avere scritto i libri tradizionalmente a lui ascritti, ma è improbabile che non l’abbia fatto. La Torah è la prima divisione dell’Antico Testamento ebraico. Seguono i Profeti e gli Scritti. A questa divisione fa riferimento Gesù in Luca 24:44: "Poi disse loro: Queste son le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che bisognava che tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, ne’ profeti e nei Salmi, fossero adempiute." La nostra Bibbia, invece, che segue la divisione della traduzione greca dell’Antico Testamento dei LXX (Settanta), molto popolare fra i cristiani del primo secolo, ha Pentateuco, Scritti (storici e poetici), Profeti (Maggiori e Minori) seguendo una disposizione più cronologica, mentre quella ebraica è tematica. Gli scritti storici sono: Giosuè, Giudici, I e II Samuele, I e II Re, I e II Cronache seguono i libri della Legge mosaica. Sono libri che narrano la storia del popolo ebraico che uscito fuori dall’Egitto si insedia nella terra promessa. Perdoni il lettore il mio spirito partigiano, ma ci troviamo davanti a dei testi che per antichità ed autorità, non hanno paralleli nella storia! Vi sono poi gli scritti. Il libro di Giobbe tra gli altri è stato detto che esso possa essere il più antico della Bibbia. Di certo tracce di un genere letterario come quello cui appartiene questo libro le troviamo fra gli scritti rinvenuti negli scavi ad Ugarit. Allo stesso tempo lì si sono ritrovati testi appartenenti al filone cosiddetto "sapienziale" o inni simili ai Salmi biblici. Ciò ci fa capire che gli scritti biblici erano perfettamente in armonia con gli stili letterari in voga nel periodo in cui sono stati composti, e non poteva esservi nulla di più naturale di questo. Ci confermano l'antichità ed il valore di queste porzioni della Scrittura. Un tempo sembrava difficile potere confermare l'attribuzione del libro dell'Ecclesiaste o dei Proverbi a Salomone. Ma se consideriamo che l'autore stesso di questi testi dice di avere indagato, di avere cercato la conoscenza e teniamo presente che, secoli prima, scritti dello stesso tenore erano già presenti e che addirittura possono averlo influenzato direttamente, l'attribuzione classica di questi testi al grande re di Israele è più che motivata. Anzi, una composizione più tarda diventa difficile da ipotizzare. Il libro di Daniele è stato oggetto di particolari attacchi. La sua autorità è stata messa in discussione in ogni modo. La sua inclusione nel canone ebraico fra gli "scritti" e non fra i "profeti", sarebbe secondo alcuni motivo per supporre la sua tarda inclusione nel canone. Ma non sono di questo avviso. Ciò non può avere alcun peso, visto che l'inclusione del libro di Isaia fra i "profeti", ad esempio, non lo mette al sicuro dai continui attacchi alla sua autenticità e datazione! I dettagli storici contenuti nel libro di Daniele sono troppo esatti per non essere questo libro il prodotto del VI secolo, ma un'opera più tarda come è spesso sostenuto. Il primo capitolo ad esempio, è perfettamente inquadrato nel panorama storico della rinascita babilonese di Nebucadnesar. La caduta di Babilonia è descritta in armonia con i dati storici che possediamo. L'identificazione del leone alato con Babilonia è in armonia con i ritrovamenti archeologici in nostro possesso. Il fatto che Daniele sia rimasto nella posizione di rilievo occupata nell'impero neo-babilonese anche quando subentrò la dominazione persiana è perfettamente in armonia con i dati storici. Infatti i persiani lasciarono intatta la macchina statale creata dai re babilonesi, per assumerne semplicemente il controllo. I libri profetici sono: Isaia, Geremia, Ezechiele, e nelle nostre Bibbie quello di Daniele. Sono libri di straordinaria bellezza ed importanza storica e religiosa, scritti da uomini di Dio davvero speciali, come ci si accorge indagandone il testo. I profeti citati vengono di solito definiti "maggiori" ma ciò riguarda soltanto le dimensioni dei loro scritti. I profeti minori, 12 di numero, sono altrettanto importanti e significativi. La rivelazione di Dio al suo popolo aveva preparato la strada per l'arrivo del Messia, al quale tutto l'Antico Testamento rendeva testimonianza. Un'ltima nota sul numero dei libri appartenenti al canone delle Scritture ebraiche. Secondo il canone ebraico i libri sono 22. Nel canone "protestante" questi sono 39. In realtà però si tratta degli stessi libri contati in maniera diversa e i due canoni sono identici, contengono gli stessi libri. I libri I e II Cronache, I e II Samuele, I e II Re non sono, nell'originale ebraico, divisi in due parti. La lingua ebraica viene scritta senza vocali. Questo permetteva ai libri di occupare meno spazio nei manoscritti che li contenevano. Quando quei testi però vennero tradotti in greco, con la comparsa delle vocali divennero troppo lunghi, e fu necessario dividerli in due parti. I profeti minori poi nel canone ebraico sono raggruppati e considerati un solo libro. Diversa è la questione per il canone cattolico. Questo contempla libri non compresi nel canone ebraico classico ma presenti nella traduzione dei LXX (Settanta), la Septuaginta. Per i non cattolici questi scritti sono apocrifi, mentre i cattolici sono definiti deuterocanonici, ad indicare che sono entrati nel canone delle Scritture in un secondo tempo. I motivi contro l'inclusione di questi libri sono troppi. Sono libri composti dopo la chiusura del canone dell'Antico Testamento. Gesù riconobbe il canone ebraico delle Scritture. Alcuni libri non sono nemmeno scritti in ebraico ma in greco. I loro contenuti sono ben lontani dagli standard dei libri ispirati. Sebbene interessanti dal punta di vista storico e letterario, che si chiamino deuterocanonici o apocrifi, questi libri che si aggiungono al canone classico ebraico, non hanno alcun motivo valido per trovare un posto nelle nostre Bibbie come Parola di Dio.
Il testo dell’Antico Testamento Ma come sono giunti fino a noi questi scritti? La prima edizione stampata dell’Antico Testamento è stata prodotta solo nel 1488 d.C. a Soncino, in Italia. Prima di allora, per 2800 anni, l’Antico Testamento è stato trasmesso da una generazione all’altra copiandolo in manoscritti. Non è difficile immaginare che subito dopo che i libri sacri furono composti, si cominciarono a fare delle copie, così che questi fossero diffusi e che quando le copie più vecchie fossero state rovinate dall’uso, potessero essere rimpiazzate da delle nuove. Il testo che abbiamo oggi è ottenuto dall’attenta comparazione dei manoscritti esistenti. Il processo di raccolta, comparazione ed edizione del testo è compito della cosiddetta critica testuale. Ma quanto è affidabile il processo di copiatura per poter sostenere che il testo che è oggi in nostro possesso è virtualmente uguale a quello originale? Nessun altro libro mostra come l’Antico Testamento una tale accuratezza nella maniera in cui vengono riportati i nomi degli antichi re. "Vi sono ventinove re antichi i cui nomi menzionati non solo nella Bibbia ma anche in monumenti del loro tempo; molti di loro prodotti sotto la loro supervisione. Vi sono 195 consonanti in questi 19 nomi propri. Ancora, troviamo che nei documenti dell’Antico Testamento ebraico vi sono solo due o tre fra le 195 delle quali vi può essere dubbio circa il loro essere la riproduzione fedele di quello che era iscritto sui monumenti. Alcuni di questi vanno indietro fino a 2000 anni fa, altri 400; e sono scritti in tal modo che ogni lettera sia chiara e corretta. Questo è certamente sorprendente.", Which Bible, edito da David O. Fuller, pag.45 Ciò a dimostrazione di due cose: Primo: gli autori dei libri erano contemporanei dei tempi nei quali mostrano di avere scritto, mostrando il loro estremo sforzo per una maggiore accuratezza. Secondo: la attenta copiatura di tali dettagli minori come i nomi propri di antichi re, ci permette di supporre la più estrema cura durante il processo di copiatura in genere, divenendo un chiaro indizio dal quale possiamo dedurne l’affidabilità. "Che i nomi ci siano stati trasmessi attraverso così tante copiature e così tanti secoli in uno stato di così completa preservazione è un fenomeno senza uguali nella storia della letteratura", Which Bible, pag.55. Si, Dio stava prendendosi cura affinché il testo della Bibbia giungesse fino a noi nella maniera più affidabile. Per quanto riguarda le prove manoscritte, per molti anni pochissimi manoscritti sono stati disponibili e di data relativamente recente. Per citare i più importanti:
Questi manoscritti rappresentano il testo cosiddetto Masoretico. E’ il testo che fu utilizzato dai traduttori della Bibbia del XVII secolo: della King James Version inglese del 1611 e della Diodati, 1607-1649. E ancora oggi gode di fiducia fra i critici. I masoreti fissarono le vocali del testo dell’Antico Testamento, originariamente scritto senza, in forma scritta anziché orale. Questi annotarono anche gli accenti e svilupparono un sistema di note e si curarono che copie fedeli venissero prodotte. A causa della datazione relativamente recente dei testimoni del testo Masoretico, questo veniva sottovalutato dagli studiosi di certe scuole. Ma la scoperta nel 1947 dei cosiddetti Rotoli del Mar Morto aprì nuove porte per una migliore comprensione della storia della trasmissione dell’Antico Testamento. Nelle grotte di Qumram, furono ritrovati dei manoscritti della Bibbia ebraica datati fra il II a.C. al I secolo d.C., portando così indietro la testimonianza al testo dell’Antico Testamento di quasi 1000 anni. In particolare, fu ritrovata una copia completa molto antica di Isaia. Di una tale incredibile scoperta uno studioso ebbe a dire: "Le cospicue differenze nell’ortografia e nelle forme grammaticali fra il manoscritto di S. Marco e il testo Masoretico rende il loro accordo sostanziale nelle parole del testo ancora più rimarchevole...E’ da meravigliarsi che dopo qualcosa come 1000 anni il testo è andato soggetto a così poche alterazioni", Ellis R. Brotzman, Old Testament Textual Criticism, pag.95. Le piccole differenze nell’ortografia dimostrano che i documenti provengono da fonti diverse ed indipendenti e ciò rende il loro accordo più significativo. Il testo dell’Antico Testamento è stato confermato, almeno per quanto concerne le ricerche storiche. Ellis R. Brotzman scrive: Le notevoli differenze nella ortografia e nelle forme grammaticali fra il manoscritto di San Marco e il testo Masoretico rende il loro accordo sostanziale sulle parole del testo ancora più significativo... E' stupefacente che attraverso qualcosa come 1000 anni il testo abbia subito così poche alterazioni." Old Testament Textual Criticism, pag.95. Lo stesso studioso aveva affermato: "...il 90% o più del testo...esiste senza variazione...", pag.23. Con gli occhi della fede, non c’è mai stato alcun dubbio che la mano di Dio sapesse come prendersi cura della Parola di Dio, perchè è chiaro che non avrebbe avuto alcun senso ispirare un testo che poi sarebbe andato perduto durante il suo tragitto nella storia. Dio stesso ha preservato ciò che ha ispirato. Per dirlo con le parole di Gesù: "poiché io vi dico in verità che finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà, che tutto non sia adempiuto.", Matteo 5:18.
Capitolo 5 III. Le traduzioni dell’Antico Testamento Varie traduzioni dell’Antico Testamento sono state approntate durante il suo lungo tragitto nella storia. Non così tante, comunque, come per il Nuovo Testamento, a causa della distinzione nazionale della religione ebraica, e molte sono state motivate dall’uso cristiano delle Scritture ebraiche. Non può sottovalutarsi il significato della testimonianza delle traduzioni al testo originale, perchè ne dimostrano l’esistenza, la diffusione e lo stato nel periodo nel quale la traduzione è stata eseguita. Così i molti manoscritti delle traduzioni rafforzano la testimonianza al testo originale. La traduzione più conosciuta dell’Antico Testamento è quella greca chiamta Septuaginta (abbreviata LXX), che risale al III secolo a.C. fatta fra gli ebrei della dispersione in Egitto. Fu durante il regno di Tolomeo Filadelfo (285-246 a.C.) che 72 studiosi ebrei cominciarono la traduzione del Pentateuco. Dal loro numero, arrotondato a 70, venne il nome di questa traduzione, detta quindi dei Settanta. Più tardi anche il rimanente dei libri furono tradotti e disponibili agli ebrei di lingua greca. L’importanza della LXX è rilevante visto che divenne l’Antico Testamento utilizzato dai primi cristiani, quando la maggioranza di loro non erano ebrei e non potevano leggere l’ebraico e il greco era la lingua più diffusa nell’impero romano. Questa traduzione è stata persino citata direttamente nel Nuovo Testamento, scritto tralaltro interamente in greco. Le prime traduzioni cristiane dell’Antico Testamento furono fatte sulla Settanta e non dall’originale ebraico. Altre traduzioni in greco dell’Antico Testamento furono fatte nel II secolo d.C. (ca. 150) da Aquila, un proselito ebreo, da Teodozione, che divenne molto popolare fra i cristiani e da Simmaco, la cui traduzione influenzò il lavoro di Gerolamo, autore della più famosa traduzione della Bibbia, la Vulgata. La Settanta include i libri chiamati Apocrifi dai Protestanti e Deuterocanonici dai Cattolici. Questi libri o porzioni di libri non entrarono mai a far parte del testo ebraico palestinese. Furono scritti durante il periodo di lungo silenzio fra Malachia e Matteo, non avendo quindi l’autorità delle altre Scritture. Furono scritti fra i giudei della dispersione, che non erano tanto ortodossi quanto i giudei di Gerusalemme. Ma furono accettati da molti cristiani nei primi secoli, soprattutto perchè nella traduzione dei Settanta. Gerolamo segnalò di non aver trovato questi libri nel canone ebraico delle Scritture. La Chiesa Cattolica li accetta come Scritture, visto il decreto del Concilio di Trento del 1546. I Protestanti li rifiutano per le summenzionate ragioni e l’inferiore valore, storico e religioso, rispetto ai libri canonici.
PARTE II
Il Nuovo Testamento raccoglie 27 libri. I primi tre sono chiamati vangeli sinottici e sono: Matteo, Marco e Luca. Il quarto vangelo ha per autore Giovanni, l’amato. Quindi abbiamo gli Atti degli Apostoli, scritti da Luca. Dopo il libro degli Atti, abbiamo le epistole dell’apostolo Paolo, che portano il nome delle chiese alle quali erano indirizzate: Romani, I e II Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, I e II Tessalonicesi, I e II Timoteo, Tito e Filemone. Alcuni sostengono che anche l’epistola agli Ebrei sia stata scritta da Paolo; è opinione ormai diffusa, comunque, che ciò non risponda a verità. Visto che nessun nome compare nell’intestazione non si può essere dogmatici in nessun senso, sebbene l’autore di questo studio ritenga che Paolo sia anche lui l’autore di questa epistola. Dopo quelle di Paolo, vengono le epistole generali, dette anche cattoliche. Questo prendono il nome dell’autore anziché dei destinatari: Giacomo, I e II Pietro, I, II e III Giovanni e Giuda. L’Apocalisse è l’ultimo libro della Bibbia e l’unico prettamente profetico del Nuovo Testamento. Quindi la divisione naturale del Nuovo Testamento: Vangeli, Atti, Epistole e Apocalisse. Come per l’Antico Testamento, così anche per il Nuovo non c’è accordo fra gli studiosi cristiani e la tradizione circa la data esatta di composizione dei libri e, conseguentemente, circa la loro autorità. Come solito, i critici di una certa scuola di pensiero sono per una datazione relativamente più recente dei Vangeli. Questa scelta va rintracciata nella scuola di pensiero tedesca e la incapacità di questa ad adattare la propria visione delle problematiche alle circostanze dei tempi di Gesù. Il primo dei vangeli è Matteo. Il nome di questo libro è un chiaro segno della sua autenticità. Se avesse portato il nome di Pietro o di Tommaso, esso non avrebbe avuto la medesima probabilità di essere autentico. Perchè è ovvio che è stato solo dopo attento esame circa l’autentica apostolicità che l’intera chiesa ha considerato questo libro come autentica Scrittura, visto che proveniva dal meno conosciuto degli apostoli. Matteo deve aver scritto il suo libro molto presto. Lo scrisse indirizzandolo ai giudei. Gesù è infatti presentato dal suo Vangelo come il Re, "Il figlio di Davide e il figlio di Abrahamo", 1:1, colui che è venuto per adempiere le profezie dell’Antico Testamento. Questo libro è quindi pieno di citazioni dell’Antico Testamento per dimostrare che Gesù è il Messia che il popolo ebraico aveva per tanto tempo atteso. Marco è l’autore del secondo vangelo. Egli non è un apostolo. La tradizione dice che egli scrisse le memorie dell’apostolo Pietro; ma non è più che una supposizione. La chiave di questo vangelo è: "Poiché anche il Figliuol dell’uomo non è venuto per esser servito, ma per servire, e per dar la vita sua come prezzo di riscatto per molti.", Marco 10:45 Il secondo vangelo è il vangelo del Servo. Luca, "il medico diletto", Colossesi 4:14, è l’autore del terzo vangelo, che presenta Gesù come il Figlio dell’uomo; il verso chiave è infatti: "poiché il Figliuol dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perito", Luca 19:10. Questo vangelo si rivolge ai gentili e nessuno meglio di Luca poteva scriverlo. L’inizio del suo lavoro mostra chiaramente la sua mentalità greca: "Poiché molti hanno intrapreso ad ordinare una narrazione de’ fatti che si son compiuti tra noi, secondo che ce li hanno tramandati quelli che da principio ne furono testimoni oculari e che divennero ministri della Parola, è parso bene anche, a me dopo essermi accuratamente informato d’ogni cosa dall’origine, di scrivertene per ordine, o eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate.", Luca 1:1-4. Egli non era un testimone oculare, ma rassicura il lettore che ha diligentemente raccolto informazioni, per narrare fedelmente la storia di Gesù per confermare coloro che hanno creduto. L’ultimo vangelo è quello di Giovanni. Nel quarto vangelo Gesù è il Figlio di Dio. Lo scopo di questo scritto è spiegato in Giovanni 20:31: "...ma queste cose sono scritte, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figliuol di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome." Questo è stato l’ultimo dei quattro ad essere scritto e completa meravigliosamente la quadruplice immagine della persona di Gesù data dagli evangeli del Nuovo Testamento: Re, Servo, Figlio d’uomo, Figlio di Dio. La data di composizione di questi quattro libri è da sempre argomento di dibattito. Uno studioso tedesco del secolo scorso, Ferdinand Christian Baur credeva che il vangelo di Giovanni non era stato composto prima del 160 d.C. e fondò persino una scuola di pensiero. Ma in seguito, un manoscritto fu ritrovato (chiamato P52) in Egitto e datato nel 125 d.C., o persino prima, secondo alcuni studiosi. Baur aveva torto e la concezione tradizionale era giusta. Una datazione tarda è da molti ancora assegnata agli altri evangeli. Ma il recente libro di J.A.T. Robinson, Redating the New Testament, 1976, indica per i vangeli una data antecedente al 70 d.C. Carsten P. Theide, nel suo libro, The Earliest Gospel Manuscript?, e Testimone Oculare di Gesù, identifica e data dei frammenti del Vangelo di Marco (chiamato 7Q5) verso il 50 d.C. circa e ridata altri manoscritti anteriormente a quanto ritenuto, sostenendo che le date più recenti sono state assegnate a dei manoscritti solo per adattarsi alle teorie degli studiosi circa la composizione dei vangeli e afferma tenacemente che è necessario procedere in maniera opposta: cioè datare indipendentemente i manoscritti per poi risalire alla data di composizione dei testi. E’ di nuovo mia opinione che alcuni studiosi dimenticano l’ovvio: i vangeli non possono non essere stati scritti. E’ impossibile che la prima cristianità che usciva fuori dalla religione del libro, il giudaismo, non sentisse il bisogno di scrivere la storia di Gesù per confermarla definitivamente da un punto di vista autorevole -apostolico-, per evitare false rappresentazioni da parte degli eretici -che esistevano già nel periodo apostolico. Luca dice: "molti hanno intrapreso ad ordinare una narrazione de’ fatti che si son compiuti tra noi ", Luca 1:1 Un’altra cosa persino più ovvia e trascurata è che la chiesa aveva sufficiente senso critico ("provate gli spiriti", scriveva Giovanni nella sua prima epistola) e una organizzazione tale da potere scartare i falsi vangeli e scritti e accettare gli autentici. E’ naturale che persino gli apostoli abbiano contribuito alla raccolta ed all’uso della lettura degli autentici scritti apostolici. Abbiamo già citato Paolo e Giovanni che incoraggiavano i cristiani a legare e diffondere i loro scritti. Pietro scrisse: "...perché so che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come il Signor nostro Gesù Cristo me lo ha dichiarato. Ma mi studierò di far sì che dopo la mia dipartenza abbiate sempre modo di ricordarvi di queste cose. Poiché non è coll’andar dietro a favole artificiosamente composte che vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signor Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. ", II Pietro 1:14-16. Più avanti nella stessa epistola Pietro riconosce il lavoro di Paolo e l’uso (che conferma essere naturale) dei suoi scritti come brani della Sacra Scrittura: "...e ritenete che la pazienza del Signor nostro è per la vostra salvezza, come anche il nostro caro fratello Paolo ve l’ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; e questo egli fa in tutte le sue epistole, parlando in esse di questi argomenti; nelle quali epistole sono alcune cose difficili a capire, che gli uomini ignoranti e instabili torcono, come anche le altre Scritture, a loro propria perdizione.", II Pietro 3:15-16. Lo stesso vale per il canone del Nuovo Testamento. Non sappiamo quando s’è formato, ma possiamo essere sicuri che la cura degli apostoli e degli uomini della generazione che seguì alla loro, attraverso la guida dello Spirito Santo, garantiscono il risultato. Era stato profetizzato nell’Antico Testamento che i gentili (erano chiamati così i non appartenenti al popolo di Israele) sarebbero stati chiamati alla salvezza nei giorni del Messia. Molti passi potrebbero addursi nei libri di Isaia, Geremia, Zaccaria e Gesù ha confermato: "Or io vi dico che molti verranno di Levante e di Ponente e sederanno a tavola con Abramo e Isacco e Giacobbe, nel regno dei cieli... ", Matteo 8:11 Paolo scrisse ancora: "...io sono stato fatto ministro, secondo l’ufficio datomi da Dio per voi di annunziare nella sua pienezza la parola di Dio, cioè, il mistero, che è stato occulto da tutti i secoli e da tutte le generazioni, ma che ora è stato manifestato ai santi di lui; ai quali Iddio ha voluto far conoscere qual sia la ricchezza della gloria di questo mistero fra i Gentili, che è Cristo in voi, speranza della gloria... ", Colossesi 1:25-27. Pietro aprì la porta per la salvezza dei gentili, come è riportato nel libro degli Atti degli Apostoli cap.10. Paolo fu chiamato ad essere un cristiano e apostolo ai gentili, Atti 9:5, Galati 1:8. La chiamata dei gentili e l’ampia diffusione della fede cristiana all’inizio della nostra era è motivato e da comprendersi come il risultato del lavoro di Dio fatto nelle generazioni precedenti per creare le circostanze così che il vangelo potesse essere predicato nell’intero impero romano. Nel IV secolo a.C. ebbe luogo un evento storico senza precedenti, un re venne dall’occidente, dalla Grecia, per conquistare l’oriente e tutto il mondo allora conosciuto. La leggenda dice che Alessandro Magno pianse perchè non aveva più terre da conquistare. Alessandro morì a 33 anni. Sebbene non lasciasse eredi al suo trono e il suo regno venne diviso fra i suoi generali, egli aveva piantato il seme per la diffusione dell’ellenismo, la cultura, il pensiero e la lingua greca, in tutto il mondo allora conosciuto. Durante i giorni degli apostoli, oltre 200 anni dopo, Roma era la più grande potenza del mondo. L’impero romano si estendeva in tutto il bacino mediterraneo: Italia, Nord Europa, Nord Africa, Medio Oriente erano tutte dominio dell’imperatore romano. Anche Israele era romana. L’influenza romana era più politica che culturale. Il mondo era ancora nelle mani dell’ellenismo e la lingua più diffusa era il greco. Anche le iscrizioni delle monete dell’imperatore erano in greco e il termine "tou soteros tou kosmou", utilizzato da Giovanni (Giovanni 4:42) per il Signore, era un titolo romano utilizzato per l’imperatore. La diffusione della cultura ellenica permise che il vangelo venisse predicato a tutte le nazioni, secondo il mandato dato da Gesù agli apostoli: Matteo 28:19. La mano di Dio aveva operato nella storia in maniera da creare le giuste condizioni così che il vangelo potesse essere veramente predicato ad ogni creatura. La lingua greca era conosciuta in tutto l’impero. Gli apostoli pur essendo dei semplici pescatori, parlavano e sapevano scrivere il greco. Tutto il Nuovo Testamento è stato scritto in questa bella lingua, forse la forma più evoluta di linguaggio (certamente per quanto riguarda i tempi dei verbi) mai prodotta dall’uomo. E se le condizioni storiche non erano state un prodotto del caso, nemmeno la persona chiamata all’apostolato ai Gentili era stato scelto a caso: "...Ma quando Iddio, che m’aveva appartato fin dal seno di mia madre e m’ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il suo Figliuolo perch’io lo annunziassi fra i Gentili... ", Galati 1:15. Le epistole scritte da Paolo soddisfacevano perfettamente i bisogni dei neoconvertiti dal paganesimo. Egli era capace di affrontare la filosofia greca e lo gnosticismo sul loro stesso campo. La terminologia greca che egli usa ad esempio in Colossesi, è così accurata fino al minimo dettaglio, che la lettura dell’originale è una avvincente avventura nelle affermazioni teologiche più profonde. Galati poteva essere scritta da Paolo soltanto, che poteva vantare la più vasta cultura dei costumi ebraici per affrontare i giudaizzanti, un’altra minaccia dei primi cristiani gentili e una conoscenza tale del mondo greco da potere spiegare le sue motivazioni, con sorprendente sottigliezza, a dei gentili convertiti. Gli scritti di Paolo alle chiese del I secolo, riuscivano a soddisfare i bisogni delle chiese di allora, ma anche quelli delle chiese di oggi e sono la fonte più accurata e dettagliata della dottrina cristiana che Dio poteva provvedere per la chiesa. La mano di Dio stava veramente operando quando si venivano a creare le condizioni perchè il Nuovo Testamento fosse scritto e diffuso perchè la salvezza fosse diffusa e raggiungesse ogni creatura sotto il cielo.
III. Il Testo del Nuovo Testamento Così come l’Antico Testamento, la prima edizione stampata del testo greco del Nuovo Testamento fu pubblicata solo nel 1516. Fino a quel momento, la trasmissione e diffusione del testo del Nuovo Testamento, era dipesa da delle copie manoscritte. Il testo che utilizziamo oggi è il risultato della stima dei manoscritti giunti fino ai giorni nostri. Troviamo dei dati sorprendenti circa il numero e la qualità dei manoscritti testimoni al testo del Nuovo Testamento. Ma prima, per meglio comprendere di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare una piccola premessa. Bruce Metzger, nel suo libro, The Text of The New Testament, pag.34, riporta che l’Iliade di Omero è preservata in poco più di 600 manoscritti. Euripide in meno di 400. Gli Annali dello storico Tacito, sono preservati in un unico manoscritto del IX secolo d.C. Molti scritti di autori antichi sopravvivono grazie ad isolati manoscritti medievali. Le prove manoscritte del Nuovo Testamento sono, per il loro numero e la loro datazione (molto prossima all’originale), di gran lunga superiori. Sopravvivono più di 6000 manoscritti contenenti in tutto o in parte il Nuovo Testamento greco. A questi dovremmo aggiungere i manoscritti delle varie traduzioni (oltre 8.000 solo per la Vulgata) e dei lezionari, quest’ultimi usati per la lettura in chiesa (in numero di 2135 per il N.T.). Il problema dei critici testuali del Nuovo Testamento è esattamente l’opposto di quello degli studiosi che si occupano del recupero di altri testi antichi: hanno troppe prove da raccogliere e comparare. La seguente è solo una breve lista dei manoscritti del N.T. più importanti. I manoscritti su papiro sono convenzionalmente indicati con una P seguita da un numero progressivo, attribuito al momento della scoperta. I Codici Onciali, chiamati così per scritti interamente in lettere maiuscole e in un formato simile al nostro libro, sono indicati con lettere maiuscole dell’alfabeto. Nome e categoria data contenuto (molto spesso frammentario)
A parte l’enorme numero di manoscritti, la fedeltà della trasmissione del testo del Nuovo Testamento è assicurata dalle piccole differenze fra loro. Ciò ci mostra la mano di Dio nella preservazione della sua Parola. Nel considerare le prove manoscritte al testo del Nuovo Testamento, Westcott e Hort concludono: "...l’ammontare di ciò che può considerarsi in ogni senso una variazione sostanziale è solo una piccola frazione delle variazioni residue, e può a malapena formare più di un millesimo dell’intero testo", Westcott e Hort, The New Testament in the Original Greek, pag.2 Se compariamo le Bibbie dei vari periodi storici nelle loro diverse traduzioni, ci renderemo conto come il testo della Bibbia sia più che accurato e l’affermazione qui sopra riportata potrebbe persino essere troppo pessimistica, se pensiamo che quello che i critici possono considerare significante è del tutto irrilevante per il lettore medio della Bibbia. Questo deve tenersi ben presente quanto si valutano le differenze fra le varie edizioni critiche del Nuovo Testamento che stiamo per considerare.
IV. Edizioni critiche del Nuovo Testamento Ricostruire il testo del Nuovo Testamento (così come per il Vecchio) è necessario perchè le diverse varianti, i punti di divergenza fra i monoscritti, debbono valutarsi e portare alla scelta della lettura considerata originale o migliore. Il primo testo greco del Nuovo Testamento stampato è l’edizione del 1516 di Desiderio Erasmo da Rotterdam, in seguito chiamato Textus Receptus, a motivo del suo uso e del consenso generale ottenuto. Esso è alla base delle traduzioni della Bibbia di quegli anni, quali la King James Version del 1611 e la Diodati del 1607. Nessuna edizione critica del Nuovo Testamento era stata capace di rimpiazzare il Textus Receptus fino al 1881. In quell’anno, Broke Foss Westcott e Fenton John Hort, pubblicarono The New Testament in the Original Greek, una revisione del Textus Receptus alla luce dei manoscritti, allora di recente scoperta, Sinaitico e Vaticano, entrambi rappresentanti in quel tempo le prove più antiche (IV secolo) e complete a disposizione. Da allora tutte le nuove edizioni del testo greco del Nuovo Testamento e le nuove traduzioni basate su di loro, seguono fondamentalmente il testo di Vaticano e Sinaitico, ancora considerati i migliori. Recenti edizioni del Nuovo Testamento greco riproducono il cosiddetto Testo Standard, che si crede essere il più vicino possibile agli originali, il testo più accurato che può prodursi con le prove manoscritte in nostro possesso. Dopo circa 100 anni di sforzi della critica testuale in questo senso, il Testo Standard finirà per diventare il nuovo "Textus Receptus". Tutte le nuove traduzioni sono basate su questo testo. Le sole eccezioni sono l’americana New King James Version e l’italiana Nuova Diodati, basate sul Textus Receptus.
V. Antiche traduzioni della Bibbia Sebbene il greco, come abbiamo detto la lingua nella quale tutto il Nuovo Testamento è stato scritto, era molto diffuso, il bisogno di traduzioni fu comunque avvertito già ai primi passi del cristianesimo al di fuori dei confini classici del giudaismo. La traduzione in latino fu approntata molto presto e in molti luoghi dove questa lingua era parlata. Così Agostino poteva lamentare: "non appena chiunque si trovasse in possesso di un manoscritto in greco, e si considerava capace di avere una qualche dimestichezza con entrambe le lingue, (per quanto poca potesse essere), si azzardava a farne una traduzione", citato da Bruce Metzger, The Text of the New Testament, pag. 67. La Versione latina antica è quindi in realtà una serie di traduzioni che circolavano in Europa e in Nord Africa già nel II secolo. A causa della conseguente confusione, nell’anno 382 d.C. circa, a Girolamo, uomo molto istruito, fu commissionata una revisione dell’antica versione latina. Egli tradusse l’Antico Testamento dalla lingua ebraica. La sua è forse la più importante fra le antiche traduzioni della Bibbia, la cosiddetta Vulgata. Di questa traduzione soltanto sono giunti sino a noi oltre 8.000 manoscritti. Per molti anni è stata la Bibbia della Chiesa Cattolica e l’unica da potersi leggere, quando la chiesa di Roma vietò le traduzioni non autorizzate della Bibbia, in qualsiasi altra lingua che non fosse il latino. La traduzione Siriaca è anch’essa molto antica: II-III secolo. All’inizio del V secolo, prima del 431 d.C., la traduzione siriaca fu rivista e divenne la cosiddetta Pescitta o Vulgata Siriaca che fu in uso generale fra le chiese di lingua siriaca. Oltre 350 manoscritti sono giunti ai nostri giorni, e alcuni datano fino al V e VI secolo d.C. Altre antiche traduzioni sono: la Copta, l’Armena, la Georgiana, l’Etiopica. Oggi, la Bibbia in tutto o in parti, è stata tradotta in quasi tutte le lingue e dialetti del mondo. La Bibbia è ancora il libro più letto nel mondo.
La Bibbia è più che un libro. Chi ha creduto sa che può cambiare le vite. Da persone dedite all’ uso di droghe, all’alcol, al furto, a persone che avvertivano un vuoto interiore incolmabile, la Bibbia ha cambiato le esistenze di milioni nel mondo e durante la storia. Coloro che si dedicano allo studio di queste pagine sacre con cuore sincero, sanno che Dio parla attraverso le sue righe: è solo una questione d’essere disposti ad ascoltare. L’uomo deve soltanto raccogliere la sfida, la sfida di Dio: "...mettetemi alla prova in questo, dice l’Eterno degli eserciti; e vedrete s’io non v’apro le cateratte del cielo e non riverso su voi tanta benedizione che non vi sia più dove riporla " Malachia 3:10
La Scrittura Dalle rive del Nilo, Tigri ed Eufrate ai giorni nostri Per quello che ne sappiamo la scrittura fu introdotta in Mesopotamia dai Sumeri, circa 3300 anni prima di Cristo. Fu un’invenzione pratica, se non nata a questo scopo comunque subito legata alle necessità amministrative crescenti delle comunità cittadine e di un’organizzazione statale sempre più complessa. I primi testi furono di natura amministrativa, affiancati da quelli scolastici, per la formazione degli scribi. L'importanza della scrittura è evidente. Essa permise di rappresentare, ordinare e catalogare la realtà e, quindi, in un certo senso di poterla controllare. Fu naturale che i detentori di questo nuovo "potere", gli scribi, assumessero un'importanza fondamentale all'interno di uno stato organizzato. L'importanza dell'apporto dei Sumeri nel campo della scrittura fu determinante ed influenzò tutta la Mesopotamia: lingua e scrittura erano infatti, nel sumerico, l’una molto dipendente dall’altra. Con la caduta di Ur e poi di Isin e Larsa, il sumerico divenne una lingua morta a favore dell'accadico. Essa, però, rimase comunque indispensabile per il bagaglio culturale degli scribi, fondamentale per una esatta comprensione della scrittura anche se questa adesso era passata al servizio della lingua accadica. La scrittura cuneiforme dovunque verrà adottata, rimarrà legata a queste lingue per le quali era nata. Con essa viaggeranno anche i testi ai quali diede vita, rendendoli parte inscindibile del patrimonio della stessa scrittura. Dall’antica mesopotamia ci arrivano i poemi su Gilgamesh o Enerkar, eroi leggendari, poemi su Ishtar, narrazioni sugli eroi del diluvio, sul grande re Sargon, sono stati tramandati da generazioni di scribi, consci di quanto la scrittura cuneiforme fosse intimamente legata alle lingue e tradizioni che l’avevano prodotta. Già nella Ebla presargonica (2500-2300 a.C), vi era un forte scambio culturale, tale che gli scribi eblaiti andavano a studiare a Mari, dove erano presenti maestri provenienti da Kish. Qui accanto riproduco una foto degli archivi di Ebla al momento del loro ritrovamento. La fortuna delle spedizioni archeologiche ad Ebla è nota. Sono stati ritrovati molti testi. Fra questi hanno particolare significato storico il trattato commerciale fra Ebla e la città di Assur e una lettera del re di Mari scritta a quello di Ebla. Il primo codice di leggi che si conosca è quello del re di Ur III (2120-2000 a.C.) Ur-Nammu. In Ur III la burocrazia amministrativa è stata rinforzata con il conseguente aumento di documenti ufficiali, documenti catastali, contratti, ecc… L’unico ambiente dove la scrittura cuneiforme riesce a svincolarsi in una certa misura dalla tradizione sumero-accadica, per essere utilizzata al servizio della lingua locale è stato presso gli hittiti. Sebbene l’influenza babilonese sia forte ed i maggiori poemi, su Gilgamesh, Naram-Sin o Sargon sono comunque tradotti e diffusi, la lingua hittita fece propria la scrittura cuneiforme in maniera che non trovava precedenti. In Egitto, la scrittura egiziana per eccellenza, di poco meno antica di quella numerica, è quella geroglifica (nell’immagine a sinistra), molto impressionante dal punto di vista estetico e pregna di significato per il popolo egiziano. Questa veniva preferita a forme alternative di scrittura già disponibili da tempi remoti. La cosiddetta scrittura ieratica (nell’immagine del graffito a destra) era meno suggestiva di quella geroglifica. La produzione letteraria egiziana ci ha lasciato vario materiale. Il racconto di Sinuhe è molto famoso. Gli scritti del faraone Kheti IV, Ammaestramenti per il re Merikara, sono segnalati da Rohl nel suo libro “Il testamento perduto”, come prodotti del regno medio.
La scoperta dell’archivio della corrispondenza dei faraoni, nell’odierna Tell El-Amarna ha rivelato lo scambio epistolare fra il faraone e i re medio-orientali. Le tavolette sono scritte nella lingua internazionale, l’accadico, nella scrittura in caratteri cuneiformi, accanto alle traduzioni in egiziano. Accanto una delle lettere dell’archivio dei faraoni. La grande nuova rivoluzione nel mondo della scrittura avverrà con la nascita della scrittura alfabetica. Per trovarne le prime tracce archeologiche dobbiamo considerare i graffiti delle miniere del Sinai, dove si è rintracciato un sistema alfabetico, definito protosinaitico (immagine a destra). Questo è ricollegabile alla scrittura geroglifica egiziana che contemplava dei segni con valenze mono-consonantiche. Nell’immagine qui a destra, il nome del sovrano Nar-mer è scritto utilizzando tale sistema. Fu naturale che tale potenzialità della scrittura egiziana venisse sfruttata per trascrivere i nomi semitici. Sul passo successivo che porta alla creazione di un vero e proprio alfabeto merita di essere citato lo studioso David Rohl: “…ci vollero le capacità poliglotte di un colto principe d’Egitto ebreo per trasformare queste prime semplici incisioni in una scrittura funzionale, capace di veicolare idee complesse e un racconto fluente. I Dieci Comandamenti e le Leggi di Mosè erano scritte in lingua protosinaitica. Il profeta di Yahweh, che aveva dimestichezza sia con la letteratura epica egizia, sia con quella mesopotamia, non fu solo il padre fondatore del Giudaismo, della Cristianità e, attraverso le tradizioni craniche, dell’Islam, ma fu il progenitore delle scritture alfabetiche ebraica, Cananea, fenicia, greca e, quindi, del moderno mondo occidentale.” – David Rohl, Il Testamento Perduto, Newton & Compton Editori, pag.222- 223.
La testimonianza archeologica che segue in ordine cronologico è quella dei ritrovamenti di Ugarit, nel secondo quarto del secolo scorso. La vasta documentazione qui rinvenuta dimostrò l’esistenza di un alfabeto, utilizzato per la composizione di diversi documenti. Impensabile con il senno di poi, ma consuetudine storica, il rifiuto del nuovo fece si che in ambito ufficiale l’alfabeto non fosse accettato e la classe degli scribi, e quindi le documentazioni ufficiali, rimanessero ancorate al sistema di scrittura tradizionale. La scrittura alfabetica è presente ad Ugarit solo negli scritti di genere narrativo. Il tragitto dal primo alfabeto fino a quello oggi in uso sono visibili confrontandone le forme più conosciute: Alfabeto ugaritico
Alfabeto fenicio
Alfabeto greco antico
Alfabeto latino
Nel chiudere questa discussione voglio aggiungere le mie personali impressioni raccolte parlando con amici e conoscenti di alcuni dettagli delle mie ricerche. E’ mia opinione che l’uomo occidentale moderno, abbia perso di vista quanto relative siano molte delle cose che egli ormai istintivamente considera assolute. La scrittura è una di queste. C’è la tendenza a considerare l’alfabeto come la migliore maniera per scrivere una lingua. Ma cosa significa “migliore”? Oggi, come nell’Egitto dei faraoni, vi sono popoli che preferiscono non perdere la loro scrittura, sebbene complicata, difficile da apprendere, impossibile da applicare ad altre lingue se non quella per la quale è nata, ma comunque amata e conservata perché patrimonio inscindibile della lingua stessa e della cultura che in essa si racchiude. E’ il caso del giapponese e del cinese, per citare i due esempi più noti. L’alfabeto è in realtà solo la maniera più pratica conosciuta per rappresentare il linguaggio in forma scritta. E’ la stessa problematica della datazione. Noi occidentali immaginiamo, o forse speriamo che tutto il mondo e tutta la storia si debba inchinare al nostro calendario e siamo quasi indignati quando scopriamo che millenni di storia umana è riuscita ad andare avanti senza! Per fortuna, la suggestiva scrittura cuneiforme e i meravigliosi geroglifici egiziani hanno resistito per secoli, per comunicarci un patrimonio culturale dei popoli che li hanno prodotti ed utilizzati, non solo le parole che essi volevano rappresentare ma la stessa genialità, senso del bello e cultura delle lingue e dei popoli che le hanno prodotte.
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