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αὐξανόμενοι εἰς τὴν ἐπίγνωσιν τοῦ Θεοῦ

 

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Giuseppe Guarino

Le profezie di Daniele

 

 

 

INDICE

 

Introduzione
 

I.   L'autenticità del libro di Daniele
 

II. Cenni storici
 

III. Il Libro di Daniele
 

IV. Daniele capitolo 2: il sogno della statua
 

V. Daniele Capitolo 7: Le quattro bestie
 

VI. Il quarto regno: diverse vedute a confronto.
 

VII. Daniele Capitolo 8: dettagli delle vicende del secondo e terzo regno.
 

VIII. Daniele capitolo 9: le settanta settimane
 

IX. Altre traduzioni ed interpretazioni delle settanta settimane a confronto
 

 


Introduzione

Nel rivedere questi appunti, mi pare necessario evidenziare subito i presupposti che hanno determinato le conclusioni che in essi ho rappresentato.
Senza dubbio su tutto è stata determinante la mia idea dell’ispirazione della Bibbia.
La Bibbia è un libro, con tutte le contingenze che ne conseguono. Ma è anche Parola di Dio, ispirata dallo Spirito Santo.Per descrivere questo suo duplice aspetto, la Bibbia, Parola di Dio scritta, è stata spesso raffrontata alla persona stessa di Gesù, Parola di Dio fatta uomo. Uomo e, in quanto tale, sottoposto a tutte le limitazioni che ne conseguono; eppure anche Dio, con le sue proprie inalienabili qualità, gloria e santità. Uomo e Dio: le due nature distinte nella persona di Gesù di Nazaret. In parallelo, Libro e Parola di Dio: due caratteristiche, meravigliose e complementari della Bibbia.
I brani classici della Scrittura che affermano l’ispirazione della Bibbia sono II Timoteo 3:16 e I Pietro 1:21, dove leggiamo rispettivamente, "Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia", "poichè non è dalla volontà dell'uomo che venne mai alcuna profezia, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito di Dio".
Esistono diverse opinioni circa l’interpretazione da dare a questi passi e quindi sulla definizione esatta di ispirazione. Ma sebbene non vogliamo scendere nei dettagli qualcosa va certamente detto.
Dalla lettura dei brani della Scrittura citati ne deduciamo che la Bibbia è ispirata da Dio. Sono stati degli uomini a scrivere, questo nessuno l’ha mai messo in dubbio, ma "sospinti", mossi dallo Spirito Santo, talché possiamo dire con molta semplicità (ed è la semplicità che riscontriamo in molti passi della Bibbia), che Dio stesso ha parlato attraverso di loro. Vediamo Atti 28, dove Paolo nel citare un brano dell'Antico Testamento dice a riguardo: "ben parlò lo Spirito Santo ai vostri padri per mezzo del profeta Isaia", v.25, brano che, vista l'aperta personificazione dello Spirito, lascia anche ampio spazio per speculazioni trinitarie. Bellissimo e chiarissimo è anche Ebrei 1:1, "Iddio dopo avere in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti...".
Nella Bibbia, secondo la Bibbia, Dio ha parlato e parla all’uomo. L’ispirazione della Sacra Scrittura è la sorgente del suo elemento divino. Nessuna scappatoia può trovarsi in armonia con l’insegnamento biblico per negare le conseguenze di questo dato, la perfezione ed autorità in materia spirituale della Parola di Dio.
Chi sostiene che nella Bibbia vi siano errori o contraddizioni, non può avere considerato seriamente le conseguenze di una tale concezione: L’elemento soprannaturale della Sacra Scrittura è inalienabile dal concetto stesso di Parola di Dio.
Per affiancare Girolamo, diremo che l’ignoranza delle Scritture è l’ignoranza di Cristo. Con l’autorità che riconosciamo alla Sacra Scrittura, riconosciamo ancora che per il nostro ammaestramento dobbiamo dipendere dalla Parola di Dio.
Ma se la Bibbia è la Parola di Dio e Dio ne è l’autore, solo Dio ne è anche l’interprete. Scrivendo ai Tessalonicesi, Paolo dice: "...perchè quando riceveste la parola della predicazione, cioè la Parola di Dio, voi l’accettaste non come parola d’uomini, ma, quale essa è veramente, come Parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete", I Tessalonicesi 2:13. Questo passo ci fa comprendere che per potere essere efficace la Parola di Dio ha bisogno di essere creduta, ha bisogno di un campo reso fertile dalla fede. A molti la Bibbia appare come un libro incomprensibile, cio' a causa del tipo di approccio che si ha nei suoi confronti. Scrive l'autore dell'epistola agli Ebrei: "... a noi come a loro è stata annunziata una buona notizia (l'evangelo); a loro però la parola della predicazione non giovò a nulla non essendo stata assimilata per fede da quelli che l'avevano ascoltata."
Ricordiamoci del presupposto ripreso nella stessa epistola,Ebrei 11:6 "Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi s'accosta a Dio deve credere ch'Egli è, e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano"
Fondamentale nella comprensione del messaggio della Parola di Dio è il ministero dello Spirito Santo, che, come Gesù prendeva da parte i discepoli per spiegare loro il senso delle sue parabole, oggi, Vicario di Cristo, ci ammaestra sulla Sacra Scrittura come nessun altro maestro terreno potrà mai fare. Giovanni 16:16: "...ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà le cose a venire."
Prendendo spunto proprio da questo passo, vogliamo sottolineare l’importanza dello studio delle profezie bibliche non ancora compiute. Uno studio dove la guida dello Spirito Santo deve essere fondamentale.
Due passi mi hanno incoraggiato nello studio delle profezie della Bibbia:
Amos 3:7, "Poiché il Signore, l'Eterno, non fa nulla, senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti."
Apocalisse 1:1, "La rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli ha data per mostrare ai suoi servitori le cose che debbono avvenire in breve..."
Nel considerare ancora il libro di Daniele e le profezie in esso contenute, ho fatto attenzione ad evitare due tendenze purtroppo da sempre in voga: il sensazionalismo di certe interpretazioni e il razionalismo di altre.
E’ spiacevole imbattersi in interpretazioni fantasiose che finiscono per minare la credibiltà della Parola di Dio agli occhi dei poco esperti, ma è altrettanto spiacevole però notare l’esponenziale consenso di chi vuole svuotare la Parola di Dio del suo inalienabile elemento soprannaturale.
Daniele, come molti altri libri della Bibbia, è un libro che contiene delle profezie. Alcune si sono avverate; altre sono riferite ad un tempo anche per noi futuro.
La Bibbia non ci vuole rendere certamente dei profeti, non intende metterci in grado di profetizzare. Ma certamente ci annuncia quello che ci attende. Ci informa sul futuro di questo mondo, dell’umanità, sulla gloria che attende la Chiesa, sul ritorno di Gesù e gli eventi che lo precederanno e seguiranno. Il tutto senza perdere mai di vista quale sia il centro ero di tutte le profezie ancora non avveratesi: il ritorno di Cristo.
La preghiera e attesa della Chiesa sono significativamente racchiuse nella parola utilizzata da Paolo nella chiusa della sua prima epistola ai Corinzi, Maràn-atà, "il Signore viene".


I. L'autenticità del libro di Daniele


Esistono fondamentalmente due opinioni circa la data di composizione del libro di Daniele.
La prima, quella sostenuta dagli ebrei del tempo di Gesù, dai cristiani dei primi secoli, nonché dai fondamentalisti a tutt'oggi, fa risalire il libro al VI secolo A.C., periodo in cui visse il profeta Daniele. Questa concezione la dirò tradizionale, per la continuità storica che la contraddistingue.
La seconda, vede nel libro di Daniele l’opera di un "pio" giudeo vissuto nel II secolo a.C., il quale scriverebbe per sostenere il popolo giudaico nel periodo della persecuzione di Antioco IV Epifane. Si tratterebbe così d'una "pia frode", d'una pseudonomia voluta dall'ignoto autore, che, spacciando la sua opera per quella dell'eroe della tradizione giudaica, intende dare maggiore credito al suo lavoro e quindi sostegno morale al suo popolo.
I sostenitori di quest'ultima tesi sono i critici che conservano una idea piuttosto elastica dell'ispirazione della Parola di Dio, in generale la moderna alta critica.
L’autore del presente scritto aderisce senza la minima riserva alla concezione tradizionale. Brevemente vediamo di esporre i motivi per una tale posizione.
Giuseppe Flavio è uno storico giudeo vissuto nel I secolo d.C. Nella sua storia del popolo ebreo, le "Antichità", libro X, ai capitoli 10 e 11, tratta del personaggio e del libro di Daniele. Egli riferisce quella che certamente era la comune fede giudaica: che il libro era stato composto nel VI secolo da Daniele, profeta di Dio, e che le profezie in esso contenute erano autentiche, come dimostrava l'avveramento di parte d’esse.
Questa l’opinione comune quando il cristianesimo muoveva i primi passi; un’opinione che il cristianesimo fece immediatamente sua. Lo stesso Gesù non la confuta e la sostiene implicitamente nella maniera in cui parla di Daniele e del suo libro. A parte il Nuovo Testamento, troviamo buone prove di ciò negli scritti dei cosiddetti padri della Chiesa.
Quando alla fine del III secolo d.C. il filosofo pagano Porfirio, acerrimo nemico dei cristiani, per svuotare di significato le profezie di Daniele, sostenne che il libro null’altro fosse che una frode, opera di un autore sconosciuto vissuto certamente dopo che gli eventi che pretende di prevedere si siano avverati, spacciandoli per profezie autentiche di Daniele, la risposta, a quello che era considerato un attacco all'integrità del fulcro stesso della fede cristiana, alla Sacra Scrittura, venne da parte di Girolamo -famoso ai più per la sua traduzione in latino della Bibbia, la Vulgata-, il quale ribadì, l’autenticità di Daniele e delle profezie in esso contenute.
La moderna critica risveglia la teoria di Porfirio dall'oblio cui la Chiesa l'aveva condannata, e la ripropone, spesso presentandola come conquista cristiana per una migliore comprensione delle Sacre Scritture.
Fra le sue motivazioni troviamo le supposte inesattezze storiche contenute nel libro di Daniele, evidenti dal confronto con i dati della storia profana; l’uso di alcuni vocaboli che un giudeo, anche se in Babilonia, non avrebbe potuto conoscere, ma che si suppone dovessero invece essere in uso fra gli ebrei del II secolo; ed altri minori dettagli più tecnici per i quali rimando a trattazioni specifiche.
Diversi i motivi che rendono queste supposizioni insufficienti.
Parlare di inesattezze storiche in Daniele ha senso solo se consideriamo le informazioni storiche bibliche meno attendibili di quelle extrabibliche. Un presupposto che non possiamo condividere alla luce del carattere unico della Parola di Dio e, comunque, della sua già più volte messa alla prova e dimostrata accuratezza anche storica.
"Una straordinaria conferma della attenta trasmissione dei documenti ebraici da fonti originali è riscontrabile nella maniera nella quale i nomi dei re sono trascritti. I ventiquattro nomi dei re d'Egitto, Assiria, Babilonia...contengono 120 consonanti, tutte trovate nel medesimo ordine nelle iscrizioni dei re stessi o in quelle dei loro contemporanei. Che gli autori ebraici abbiano translitterato questi nomi con tale accuratezza e conformità ai principi filologici è una meravigliosa prova della loro estrema cura e competenza e del loro accesso a fonti originali.
Che i nomi siano stati trasmessi fino a noi attraverso così tante copiature e così tanti secoli in un tale stato di conservazione è un fenomeno che non ha eguali nella storia della letteratura", Which Bible ?, pag. 55.
Diversi sono i casi in cui delle affermazioni storiche contenute nella Bibbia soltanto e in contrasto con quelle di altre fonti disponibili hanno finito per rivelarsi esatte, contro ogni aspettativa degli studiosi. Il fatto, per esempio, che Daniele sostenesse, contro ogni altra fonte storica, l’esistenza del re babilonese Belsasar, era additato come una inesattezza storica del libro biblico. Finché, almeno, la scoperta di nuovi documenti non colmò le lacune delle informazioni storiche profane.
Da tali incidenti, i critici avrebbero fatto meglio a guadagnare in modestia, perchè quelle conoscenze su cui poggiano tanta fede sono ben lungi dal potersi considerare definitive.
Alla supposta poca familiarità dell’autore di Daniele con l'epoca che descrive, alcuni hanno opposto che solo qualcuno che avesse realmente vissuto ciò che il libro narra sarebbe in grado di descrivere dettagli tanto accurati sugli usi e costumi babilonesi.
Per quanto riguarda la presenza di vocaboli d’origine greca, possiamo supporre che questi siano giunti fra gli ebrei dell'esilio prima di quanto gli storici possano credere.
La verità, comunque, inutile nasconderlo, è che all’origine di tutte le complicate motivazioni e teorie che la critica moderna possa produrre, troviamo quell’unico presupposto che fu di Porfirio e che nessuna maschera o belle parole possono tingere di cristiano, che cioè le profezie di Daniele sono troppo dettagliate, troppo inverosimilmente avveratesi, perchè possano essere state realmente scritte nel VI secolo a.C.
Partendo da questo presupposto si arriva alla conclusione che le "profezie" contenute in Daniele debbono essere post-eventum, debbono riferirsi ad eventi già accaduti come se fosse stato scritto, profetizzato, di loro, anni prima che avvenissero, e, quindi, l'autore deve essere vissuto in un'epoca molto più tarda di quella che vorrebbe far credere.
Sebbene i critici usino parole molto accomodanti, l’unico epiteto che riesco ad immaginare per un tentativo del genere è frode, imbroglio, inganno. Un comportamento simile mi appare inconciliabile con l’idea di ispirazione delle Scritture che ci viene dalla Bibbia.
E qui vale la pena richiamare la concezione neotestamentaria di Daniele.
Il Signore Gesù stesso richiama la persona e le profezie di Daniele nel suo sermone profetico.
Matteo 24:15 : "Or quando avrete veduta l’abbominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta nel luogo santo..."
Daniele è chiamato "profeta", è lui che ha parlato della profezia riportata nel suo libro cui fa riferimento Gesù; per le sue parole è riservato un avveramento futuro, 700 anni avanti all'autore, secondo la concezione tradizionale del libro, e, comunque, pur sempre 300 anni avanti all'autore del II sec. a.C.
"Il figliuol d'uomo", che troviamo in Daniele capitolo 7, il termine che spesso Gesù riferisce a se stesso, è carico d’un intenso significato messianico. In Matteo 24:30, è apertamente rievocata la visione di Daniele 7:13.
Il termine comunissimo nel Nuovo Testamento "regno dei cieli", possiamo ricondurlo a Daniele 2:44.
La visione di Giovanni descritta in Apocalisse 13, si ricollega a quella avuta da Daniele e descritta al cap.7 del suo libro.
L'interpretazione "futuristica" di Daniele 11:36 è imposta dalla citazione fatta da Paolo in II Tessalonicesi 2:4.
Altri dettagli saranno evidenti nel proseguo dello studio.
Gesù e gli autori del Nuovo Testamento, quindi, non rifiutano la concezione giudaica del libro, anzi la riconoscono, motivando la sua continuazione nel pensiero cristiano.
Non esiste infatti autorità che un cristiano possa ritenere più degna di considerazione. Questa motivazione è alla base della scelta per la concezione tradizionale del libro dell’autore.


II. Cenni storici

Composto nel VI secolo a.C. il libro di Daniele narra la storia del profeta dal quale prende il nome, vissuto nell’epoca dell’esilio babilonese.
Dei cenni sulla storia della nazione giudaica sono fondamentali per capire il momento storico in cui visse questo profeta.
Ritornati dall'Egitto sotto la guida di Mosè, prima e Giosué poi, il popolo di Israele si stanziò in Palestina. Diviso nelle sue tribù conobbe periodi di fortuna alterna, legata del resto alla sua fedeltà a Dio.
Per molto tempo le tribù di Israele non hanno un re, fino a quando, intorno all'anno 1020 a.C., non eleggono Saul. A lui segue il grande re Davide, il sovrano con il quale Israele sperimentò il periodo più brillante della sua storia. Tale fu la grandezza di Davide e del suo regno che egli è nella Bibbia un tipo del Messia, il quale è annunciato come discendente dalla sua stirpe. Davide unisce lo stato ebraico e stabilisce come capitale Gerusalemme.
A Davide succede al trono Salomone, suo figlio. Famoso per la sua saggezza, sarà lui ad edificare il Tempio di Gerusalemme.
Alla morte di Salomone, 10 tribù si ribellano. Eleggendo come re Geroboamo, costituiscono a Nord il Regno di Israele.
Le due tribù fedeli alla discendenza di Davide costiuscono a sud il Regno di Giuda, con Roboamo come re.
Il Regno di Israele cadrà per mano degli Assiri nell’ VIII secolo a.C., dopo che per anni i moniti di Dio attraverso i suoi profeti, tra i quali spicca Isaia, avevano invitato il popolo a tornare a Dio.
Il Regno di Giuda resisterà alla potenza travolgente degli Assiri solo per ritardare di poco la sua rovina.
Tramontata la potenza assira, dominerà la scena quella neo-babilonese. Un periodo di particolare splendore di questo impero è quello che vedrà alla sua guida il re Nabucodonosor o Nebucadnesar, il quale, ancora reggente, di ritorno dalla campagna contro l’Egitto, spoglia il tempio ebraico e porta via con sé alcuni tra i più nobili rappesentanti del popolo, tra i quali Daniele e i suoi tre compagni. L’anno è il 607 a.C.
Vista la turbolenza dello stato ebraico, il re babilonese è costretto a tornare per ricostituire l’ordine nel 598 e nel 597 a.C.
Zedechia fu il 20° ed ultimo re di Giuda. Nel 586, Nebucadnesar, ormai stanco della infedeltà dei re di Giuda, distrugge Gerusalemme mentre il popolo viene deportato. Tramonta definitivamente anche il regno di Giuda e comincia la cosiddetta cattività babilonese, un flagello di cui il popolo ebraico porta ancora vivo il ricordo.
Quanto ho qui brevemente riassunto si trova narrato nella Bibbia, nei libri storici dell'Antico Testamento.
Ma al di là degli eventi stessi, qual’ è la chiave di lettura che ci offrono i profeti che vissero quei giorni?
Qui davvero ci sarebbe molto da dire, ma mi limito al periodo specifico che sto trattando.
Per capire il perché dell'esilio babilonese - ciò ci servirà per capire anche alcune profezie di Daniele- esamineremo la profezia dei 70 anni del profeta Geremia.
Geremia cap.XXV.
"La parola che fu rivolta a Geremia riguardo a tutto il popolo di Giuda, nel quarto anno di Joiakim, figliuolo di Giosia, re di Giuda (era il primo anno di Nebucadnetsar, re di Babilonia), e che Geremia pronunziò davanti a tutto il popolo di Giuda e a tutti gli abitanti di Gerusalemme, dicendo:
Dal tredicesimo anno di Giosia, figliuolo di Amon, re di Giuda, fino ad oggi, son già ventitre anni che la parola dell’Eterno m’è stata rivolta, e che io v’ho parlato del continuo, fin dal mattino, ma voi non avete dato ascolto.
L’Eterno vi ha pure mandato tutti i suoi servitori, i profeti; ve li ha mandati del continuo fin dal mattino, ma voi non avete ubbidito, né avete pòrto l’orecchio per ascoltare.
Essi hanno detto: "Convertasi ciascun di voi dalla sua cattiva via e dalla malvagità delle sue azioni, e voi abiterete di secolo in secolo sul suolo che l’Eterno ha dato a voi e ai vostri padri; e non andate dietro ad altri dèi per servirli e per prostrarvi dinanzi a loro; non mi provocate con l’opera delle vostre mani, e io non vi farò male alcuno".
Ma voi non mi avete dato ascolto, dice l’Eterno per provocarmi, a vostro danno, con l’opera delle vostre mani.
Perciò, così dice l’Eterno degli eserciti: Giacché non avete dato ascolto alle mie parole, ecco, io manderò a prendere tutte le nazioni del settentrione, dice l’Eterno, e manderò a chiamare Nebucadnetsar re di Babilonia, mio servitore, e le farò venire contro questo paese e contro i suoi abitanti, e contro tutte le nazioni che gli stanno d’intorno, e li voterò allo sterminio e li abbandonerò alla desolazione, alla derisione, a una solitudine perpetua.
E farò cessare fra loro i gridi di gioia e i gridi d’esultanza, il canto dello sposo e il canto della sposa, il rumore della macina, e la luce della lampada.
E tutto questo paese sarà ridotto in una solitudine e in una desolazione, e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settant’anni.
Ma quando saran compiuti i settant’anni, io punirò il re di Babilonia e quella nazione, dice l’Eterno, a motivo della loro iniquità, e punirò il paese de’ Caldei, e lo ridurrò in una desolazione perpetua."
La disobbedienza e l’idolatria del il popolo sono la causa dei suoi mali. Dio li abbandona apparentemente perchè loro hanno abbandonato lui. Il giudizio, dopo che i moniti dei profeti sono stati tutti trascurati, è l’unica maniera per richiamare il popolo a ravvedimento. Sarà attraverso un re pagano che Dio eseguirà il suo giudizio e mostrerà ad Israele e a tutto il mondo che Yahweh solo è veramente Dio.
Ma il castigo del genitore amorevole non è mai fine a se stesso.
Geremia 2:19, "La tua propria malvagità è quella che ti castiga e le tue infedeltà sono la tua punizione. Sappi dunque e vedi che mala ed amara cosa è abbandonare l'Eterno, il tuo Dio, e non avere di me alcun timore, dice il Signore, l'Eterno degli eserciti."
Il castigo di Dio fa comprendere ad Israele che essa ha peccato contro Dio e tramite questo, come ci insegna l'esperienza biblica, come un figlio punito che comprende l'amore del padre che lo risparmia da mali peggiori, Israele torna a Dio.
Dopo l’esilio non esisterà più idolatria in Israele. Il popolo di Dio aveva imparato la lezione, era stato "purificato" dalla prova, come l’oro dal fuoco, per utilizzare una metafora biblica.
Daniele vive questo terribile periodo della storia ebraica che è la cattività babilonese. E’ fra i primi deportati del re Nebucadnesar nella sua prima invasione di Giuda, Dan.1:1 e segg.. Ma subito, con i suoi tre compagni, si distingue per la sua fedeltà ai precetti divini. Una fedeltà che gli varrà il favore di Dio, divenendo depositario di alcune fra le più grandi profezie della Bibbia.
Egli guadagnerà anche il favore dei re che verranno dopo Nebucadnesar, ricoprendo cariche pubbliche molto importanti, fino al primo anno del grande re Ciro. Poi si ritirerà a vita privata.
L’impero babilonese, verrà sostituito nella scena mondiale da quello medo persiano di Ciro, ciò in armonia con le profezie di Geremia. Dopo di loro comparirà la prima potenza occidentale del greco Alessandro il Grande, che riuscirà a costituire la più grande potenza esistita fino ad allora. Poi verranno i romani.
Ma di questi imperi parlerà più specificamente il profeta nel libro.



III. Il Libro di Daniele

In questo paragrafo chiariremo lo schema del libro e diremo qualcosa in più sulle parti storiche dello stesso che da qui in avanti non ci interesseranno più.
Il libro di Daniele è diviso in 12 capitoli.
Capitolo I: è storico ed introduttivo. Narra della deportazione di alcuni fra i giudei in Babilonia, fra i quali viene a trovarsi Daniele e i suoi tre compagni.
Capitolo II: contiene la profezia riguardante i cosiddetti Tempi dei Gentili, dove il profeta descrive i regni della scena mondiale fino al ritorno di Gesù in gloria.
Capitoli III a VI: ancora eventi storici che narrano delle disavventure capitate a Daniele ed ai suoi compagni e dovute alla loro fedeltà a Dio ai capitoli 3 e 6 e ai capitoli 4 e 5 Daniele è depositario di alcune profezie a breve termine.
Il Capitolo VII: ripropone la visione dei Tempi dei Gentili con dei dettagli maggiori e da una prospettiva diversa.
Il capitolo VIII: si sofferma sul 2° e 3° regno della visione descritta nel capitolo precedente.
Capitolo IX: la visione è quella delle cosiddette settanta settimane.
Capitoli X a XII: raccolgono dei dettagli del 3° regno di cui aveva profetizzato Daniele ai capitoli precedenti, con qualche collegamento comunque alle profezie degli ultimi tempi.
Lo schema del libro è chiaro e la sua divisione in due parti, cap.1-6 e cap.7-12, appare naturale.
C'è però una ulteriore schematizzazione che vorrei che il lettore avesse ben chiara, in quanto è, a mio avviso, una importante testimonianza dell'unità del libro.
In base al contenuto, infatti, appare una certa concentricità della prima parte del libro ed un suo collegamento con la seconda parte.
I capitoli da due a sette, oltre ad essere stati scritti nella stessa lingua, aramaico, sono raggruppabili a due a due per ciò che riguarda il contenuto.
Il capitolo 2 tratta dello stesso argomento del 7, il 3 del 6 e il 4 del 5. Che ciò non sia accaduto casualmente è dimostrato oltre che dalla lingua usata dall'autore anche dalle date alle quali si possono riferire i diversi incidenti descritti.
I capitoli 7 e 8 sarebbero da posizionarsi cronologicamente fra i capitoli 4 e 5.
Ciò è una ulteriore prova dell'autenticità del libro e, contrariamente a quanto potrebbe sembrare a prima vista, della sua unità.
Un altro elemento significativo di Daniele è il suo bilinguismo. Dal verso 4 del Capitolo 2 a tutto il capitolo 7, il libro ci è giunto in aramaico; mentre il resto del libro è in ebraico.
Il bilinguismo di Daniele ribadisce l'unità del libro, in quanto l'unità d'intento dello stesso viene ad essere ancora di più dimostrato.
I capitoli 2 e 7 hanno in comune il contenuto e la lingua, ma il settimo capitolo appartiene alla seconda divisione del libro. Il primo capitolo è si parte della prima divisione del libro, ma è scritto nella stessa lingua della seconda parte.
Tale fenomeno davvero molto singolare è spiegato dalla volontà dell'autore di rendere comprensibile ai popoli non ebrei le porzioni del libro scritte in aramaico.
Facendo attenzione, ci rendiamo conto che nei capitoli in aramaico lo scopo primo del libro è stabilire la signoria assoluta di Dio sulla creazione.
Dopo che Daniele ha interpretato la visione al re Nebucadnesar, questo è costretto ad ammettere: "In verità il vostro Dio è l'Iddio degli dei, il Signore dei re, il rivelatore dei segreti", Dan. 2:47. Senza che il re pagano se ne rendesse conto, ha parlato di Dio nella sua completezza, come Dio "Dio degli dei" , il Padre, Dio "Signore dei re", il Figlio e Dio "Rivelatore dei segreti", lo Spirito Santo.
Al capitolo IV ciò che accade al re babilonese ha senso perchè egli deve apprendere che "l’Altissimo domina sul regno degli uomini e lo darà a chi vuole", Dan. 4:25
Al capitolo V, a Belsatsar è annunciato il castigo di Dio perchè "non hai umiliato il tuo cuore...ma ti sei innalzato contro il Signore del cielo...tu hai lodato gli dei d'argento, d'oro di rame, di ferro, di legno e di pietra, i quali non vedono, non odono, non hanno conoscenza di sorta, e non hai glorificato l’Iddio che ha nella sua mano il tuo soffio vitale, e da cui dipendono tutte le tue vie", Dan. 5:22-23.
Quando il popolo di Dio è stato dato nelle mani dei pagani esso non ha cessato d'essere tale e coloro che sono fedeli, Dio li guarderà da ogni male.
Al capitolo 3, i tre compagni di Daniele vengono gettati vivi nella fornace ardente, perchè si erano rifiutati di adorare la statua eretta da Nebucadnesar, senza che ne risulti loro alcun male. Allo stesso modo al Capitolo VI Daniele è gettato nella fossa dei leoni senza che venga sbranato.
In entrambi gli episodi è sottolineato l'intervento personale di Dio per liberare i suoi servitori.
Le edizioni cattoliche della Bibbia aggiungono un lungo brano alla conclusione del terzo capitolo e alla fine del libro due capitoli, il XIII e il XIV che non si trovano né nelle edizioni ebraiche del libro, tantomeno in quelle protestanti o, in generale, non cattoliche.
E’ una questione molto antica ed è a tutt'oggi irrisolta e difficilmente potrà mai risolversi vista la dichiarazione solenne del Concilio di Trento a favore dell'inclusione di queste aggiunte.
Le motivazioni che stabiliscono la inopportunità del ritenere queste appendici nel libro sono troppe perchè un cristiano che consideri seriamente il problema possa accettarle come ispirate.
La loro narrazione è palesemente distaccata dagli scopi e dai contenuti del libro di Daniele, non rientra nei suoi schemi, non ha nulla a che vedere col resto del libro.
La data di composizione di queste aggiunte è certamente di molto posteriore a quella stimata del VI secolo a.C., ed è verosimilmente da pensarsi intorno al II secolo a.C., o anche dopo.
Le appendici sono state composte nell'ambiente della diaspora, fra i giudei della dispersione. La elasticità di quest'ultimi ha permesso che la traduzione greca dell'Antico Testamento dei LXX li incorporasse -esiste di queste due appendici l'edizione greca soltanto. Gli ebrei della Palestina non li hanno mai accettati nel loro canone, né li accettano tutt'oggi.
Fu grazie all’uso della traduzione greca dell’Antico Testamento se queste porzioni del libro furono considerate scritture dai primi cristiani. Fatto che, considerato alla luce della confusione dei primi secoli sull'identificazione dei libri canonici, non può da solo voler dire molto.
Alla domanda: "Fu lo stesso autore del resto del libro di Daniele a scrivere anche il lungo finale del capitolo 3 ed i capitoli 13 e 14, o, comunque, facevano questi parte dell’originale del libro?", non possiamo che rispondere: "no".
Tanto basta per ritenere illegittima l’aggiunta d’una palese interpolazione certamente posteriore alla composizione del libro.



IV. Daniele capitolo 2: il sogno della statua

IL TESTO
"2:1 Il secondo anno del regno di Nebucadnetsar, Nebucadnetsar ebbe dei sogni; il suo spirito ne fu turbato, e il suo sonno fu rotto.
2:2 Il re fece chiamare i magi, gli astrologi, gl'incantatori e i Caldei, perché gli spiegassero i suoi sogni. Ed essi vennero e si presentarono al re.
2:3 E il re disse loro: "Ho fatto un sogno; e il mio spirito è turbato, perché vorrei comprendere il sogno".
2:4 Allora i Caldei risposero al re, in aramaico: "O re, possa tu vivere in perpetuo! Racconta il sogno ai tuoi servi, e noi ne daremo la interpretazione".
2:5 Il re replicò, e disse ai Caldei: "La mia decisione è presa: se voi non mi fate conoscere il sogno e la sua interpretazione, sarete fatti a pezzi; e le vostre case saran ridotte in tanti immondezzai;
2:6 ma se mi dite il sogno e la sua interpretazione, riceverete da me doni, ricompense e grandi onori; ditemi dunque il sogno e la sua interpretazione".
2:7 Quelli risposero una seconda volta, e dissero: "Dica il re il sogno ai suoi servi, e noi ne daremo l'interpretazione".
2:8 Il re replicò, e disse: "Io m'accorgo che di certo voi volete guadagnar tempo, perché vedete che la mia decisione è presa;
2:9 se dunque non mi fate conoscere il sogno, non c'è che un'unica sentenza per voi; e voi vi siete messi d'accordo per dire davanti a me delle parole bugiarde e perverse, aspettando che mutino i tempi. Perciò ditemi il sogno, e io saprò che siete in grado di darmene l'interpretazione".
2:10 I Caldei risposero in presenza del re, e dissero: "Non c'è uomo sulla terra che possa far conoscere quello che il re domanda; così non c'è mai stato re, per grande e potente che fosse, il quale abbia domandato una cosa siffatta a un mago, a un astrologo, o a un Caldeo.
2:11 La cosa che il re domanda è ardua; e non v'è alcuno che la possa far conoscere al re, tranne gli dèi, la cui dimora non è fra i mortali".
2:12 A questo, il re s'adirò, montò in furia, e ordinò che tutti i savi di Babilonia fossero fatti perire.
2:13 E il decreto fu promulgato, e i savi dovevano essere uccisi; e si cercavano Daniele e i suoi compagni per uccidere anche loro.
2:14 Allora Daniele si rivolse in modo prudente e sensato ad Arioc, capo delle guardie del re, il quale era uscito per uccidere i savi di Babilonia.
2:15 Prese la parola e disse ad Arioc, ufficiale del re: "Perché questo decreto così perentorio da parte del re?" Allora Arioc fece sapere la cosa a Daniele.
2:16 E Daniele entrò dal re, e gli chiese di dargli tempo; che avrebbe fatto conoscere al re l'interpretazione del sogno.
2:17 Allora Daniele andò a casa sua, e informò della cosa Hanania, Mishael e Azaria, suoi compagni,
2:18 perché implorassero la misericordia dell'Iddio del cielo, a proposito di questo segreto, onde Daniele e i suoi compagni non fossero messi a morte col resto dei savi di Babilonia.
2:19 Allora il segreto fu rivelato a Daniele in una visione notturna. E Daniele benedisse l'Iddio del cielo.
2:20 Daniele prese a dire: "Sia benedetto il nome di Dio, d'eternità in eternità! poiché a lui appartengono la sapienza e la forza.
2:21 Egli muta i tempi e le stagioni; depone i re e li stabilisce, dà la sapienza ai savi, e la scienza a quelli che hanno intelletto.
2:22 Egli rivela le cose profonde e occulte; conosce ciò ch'è nelle tenebre, e la luce dimora con lui.
2:23 O Dio de' miei padri, io ti rendo gloria e lode, perché m'hai dato sapienza e forza, e m'hai fatto conoscere quello che t'abbiam domandato, rivelandoci la cosa che il re vuole".
2:24 Daniele entrò quindi da Arioc, a cui il re aveva dato l'incarico di far perire i savi di Babilonia; entrò, e gli disse così: "Non far perire i savi di Babilonia! Conducimi davanti al re, e io darò al re l'interpretazione".
2:25 Allora Arioc menò in tutta fretta Daniele davanti al re, e gli parlò così: "Io ha trovato, fra i Giudei che sono in cattività, un uomo che darà al re l'interpretazione".
2:26 Il re prese a dire a Daniele, che si chiamava Beltsatsar: "Sei tu capace di farmi conoscere il sogno che ho fatto e la sua interpretazione?"
2:27 Daniele rispose in presenza del re, e disse: "Il segreto che il re domanda, né savi, né incantatori, né magi, né astrologi possono svelarlo al re;
2:28 Ma v'è nel cielo un Dio che rivela i segreti, ed egli ha fatto conoscere al re Nebucadnetsar quello che avverrà negli ultimi giorni. Ecco quali erano il tuo sogno e le visioni della tua mente quand'eri a letto.
2:29 I tuoi pensieri, o re, quand'eri a letto, si riferivano a quello che deve avvenire da ora innanzi; e colui che rivela i segreti t'ha fatto conoscere quello che avverrà.
2:30 E quanto a me, questo segreto m'è stato rivelato, non per una sapienza ch'io possegga superiore a quella di tutti gli altri viventi, ma perché l'interpretazione ne sia data al re, e tu possa conoscere quel che preoccupava il tuo cuore.
2:31 Tu, o re, guardavi, ed ecco una grande statua; questa statua, ch'era immensa e d'uno splendore straordinario, si ergeva dinanzi a te, e il suo aspetto era terribile.
2:32 La testa di questa statua era d'oro fino; il suo petto e le sue braccia eran d'argento; il suo ventre e le sue cosce, di rame;
2:33 le sue gambe, di ferro; i suoi piedi, in parte di ferro e in parte d'argilla.
2:34 Tu stavi guardando, quand'ecco una pietra si staccò, senz'opera di mano, e colpì i piedi di ferro e d'argilla della statua, e li frantumò.
2:35 Allora il ferro, l'argilla, il rame, l'argento e l'oro furon frantumati insieme, e diventarono come la pula sulle aie d'estate; il vento li portò via, e non se ne trovò più traccia; ma la pietra che aveva colpito la statua diventò un gran monte, che riempì tutta la terra.
2:36 Questo è il sogno; ora ne daremo l'interpretazione davanti al re.
2:37 Tu, o re, sei il re dei re, al quale l'Iddio del cielo ha dato l'impero, la potenza, la forza e la gloria;
2:38 e dovunque dimorano i figliuoli degli uomini, le bestie della compagna e gli uccelli del cielo, egli te li ha dati nelle mani, e t'ha fatto dominare sopra essi tutti. La testa d'oro sei tu;
2:39 e dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore al tuo; poi un terzo regno, di rame, che dominerà sulla terra;
2:40 poi vi sarà un quarto regno, forte come il ferro; poiché, come il ferro spezza ed abbatte ogni cosa, così, pari al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa.
2:41 E come hai visto i piedi e le dita, in parte d'argilla di vasaio e in parte di ferro, così quel regno sarà diviso; ma vi sarà in lui qualcosa della consistenza del ferro, giacché tu hai visto il ferro mescolato con la molle argilla.
2:42 E come le dita de' piedi erano in parte di ferro e in parte d'argilla, così quel regno sarà in parte forte e in parte fragile.
2:43 Tu hai visto il ferro mescolato con la molle argilla, perché quelli si mescoleranno mediante connubi umani; ma non saranno uniti l'un all'altro, nello stesso modo che il ferro non s'amalgama con l'argilla.
2:44 E al tempo di questi re, l'Iddio del cielo farà sorgere un regno, che non sarà mai distrutto, e che non passerà sotto la dominazione d'un altro popolo; quello spezzerà e annienterà tutti quei regni; ma esso sussisterà in perpetuo,
2:45 nel modo che hai visto la pietra staccarsi dal monte, senz'opera di mano, e spezzare il ferro, il rame, l'argilla, l'argento e l'oro. Il grande Iddio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d'ora innanzi; il sogno è verace, e la interpretazione n'è sicura".
2:46 Allora il re Nebucadnetsar cadde sulla sua faccia, si prostrò davanti a Daniele, e ordinò che gli fossero presentati offerte e profumi.
2:47 Il re parlò a Daniele, e disse: "In verità il vostro Dio è l'Iddio degli dèi, il Signore dei re, e il rivelatore dei segreti, giacché tu hai potuto rivelare questo segreto".
2:48 Allora il re elevò Daniele in dignità, lo colmò di numerosi e ricchi doni, gli diede il comando di tutta la provincia di Babilonia, e lo stabilì capo supremo di tutti i savi di Babilonia.
2:49 E Daniele ottenne dal re che Shadrac, Meshac e Abed-nego fossero preposti agli affari della provincia di Babilonia; ma Daniele stava alla corte del re."
 

Sebbene il brano in questione si presti ad un commento molto ampio, ciò sarebbe senz'altro al di fuori dello scopo che mi prefiggo in questo studio. Mi limiterò quindi ad analizzarne il dato profetico soltanto.
E' chiaro che il simbolismo della statua, nelle diverse parti che vengono distinte, come ci dice lo stesso profeta, dipinge dei regni, quattro imperi del passato la cui storia ha coinvolto interessato il destino di Israele, durante quel periodo che Gesù stesso chiama "Tempi dei Gentili".
Luca 21:24: "...Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili finchè i tempi dei Gentili siano compiuti."
Questo lungo lasso di tempo, vedremo, si estende dalla conquista babilonese di Nebucadnesar fino al ritorno di Gesù.
La simbologia della statua, della figura umana, riconosce a questi imperi una certa dignità.
Il capo della statua, come sarà lo stesso profeta ad indicare al re, è Nebucadnesar stesso, il nuovo regno babilonese, che conobbe proprio con lui il suo maggiore periodo di splendore.
Le parole del profeta rivolte al re babilonese vv.37-38 sono molto simili a quelle che troviamo nel libro di Geremia ed evidenziano, come quelle, la signoria di Dio sulla creazione, da cui proviene ogni potere e forza umana.
Geremia 27:5-7: "Io ho fatto la terra, gli uomini e gli animali che sono sulla faccia della terra, con la mia gran potenza e col mio braccio steso; e do la terra a chi mi par bene. E ora do tutti questi paesi in mano di Nebucadnetsar, re di Babilonia, mio servitore; e gli do pure gli animali della campagna perché gli siano soggetti. E tutte le nazioni saranno soggette a lui, al suo figliuolo e al figliuolo del suo figliuolo, finché giunga il tempo anche pel suo paese; e allora molte nazioni e grandi re lo ridurranno in servitù."
Il petto e le braccia simboleggiano l'impero medo-persiano che sarebbe comparso sulla scena mondiale dopo quello babilonese.
Se attraverso il regno dei babilonesi Dio punì il suo popolo, attraverso i persiani lo riconfermò. Fu il Grande re Ciro a liberare il popolo di Dio dalla sua prigionia in terra straniera, avverando le parole date da Dio ai suoi profeti e tramite questi allo stesso popolo.
Il libro delle Cronache, nel riportare l'evento, ricorda proprio le promesse di Dio sulla riconferma di Israele.
II Cronache 36:20-23: "E Nebucadnetsar menò in cattività a Babilonia quelli ch’erano scampati dalla spada; ed essi furono assoggettati a lui ed ai suoi figliuoli, fino all’avvento del regno di Persia (affinché s’adempisse la parola dell’Eterno pronunziata per bocca di Geremia), fino a che il paese avesse goduto de’ suoi sabati; difatti esso dovette riposare per tutto il tempo della sua desolazione, finché furon compiuti i settant’anni.
Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché s’adempisse la parola dell’Eterno pronunziata per bocca di Geremia, l’Eterno destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale, a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno questo editto:
"Così dice Ciro, re di Persia: L’Eterno, l’Iddio de’ cieli, m’ha dato tutti i regni della terra, ed egli m’ha comandato di edificargli una casa in Gerusalemme, ch’è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, sia l’Eterno, il suo Dio, con lui, e parta!"
Il terzo regno del quale il profeta dice che "dominerà su tutta la terra", è quello greco-macedone di Alessandro Magno.
Il commento del profeta non è fuori luogo. Alessandro giunse dove nessuno fino ad allora era mai riuscito. La leggenda dice che egli pianse persino, perchè ancora giovanisssimo non aveva più terre da conquistare.
A lui dobbiamo la grande diffusione nel bacino mediterraneo della lingua e cultura greca. Sarà questo a gettare i presupposti perchè il cristianesimo esca dai confini di Gerusalemme. Se la lingua in cui è statto composto il Nuovo Testamento fu il greco e non l'ebraico, ciò è accaduto perchè il greco era allora una lingua universale, parlata un po’ dovunque nell'impero romano, e soprattutto da commercianti, viaggiatori, ecc... Anche molti concetti del Nuovo Testamento sono proposti per essere facilmente compresi da chi aveva conosciuto il mondo ellenico.
Anche nella preparazione della strada per la salvezza dei gentili, Iddio aveva agito con secoli di anticipo nella sua perfetta maniera.
Il quarto regno, sui dettagli del quale Daniele si sofferma più degli altri è Roma, l’impero romano.
La simbologia è chiara. Esso è rappresentato dal ferro perchè "come il ferro spezza ed abbatte ogni cosa, così, pari al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa." Se caratteristca del terzo regno era la sua veloce espansione su tutto il mondo allora conosciuto, quella del quarto è la sua forza. Nessun impero fu altrettanto potente quanto quello romano.
Questa caratteristica per quanto riguarda le gambe della statua. Ma i piedi e le dita, sebbene parti del quarto regno, mostrano ben altre caratteristiche.
"E come hai visto i piedi e le dita, in parte d’argilla di vasaio e in parte di ferro, così quel regno sarà diviso; ma vi sarà in lui qualcosa della consistenza del ferro, giacché tu hai visto il ferro mescolato con la molle argilla.
E come le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla, così quel regno sarà in parte forte e in parte fragile.
Tu hai visto il ferro mescolato con la molle argilla, perché quelli si mescoleranno mediante connubi umani; ma non saranno uniti l’un all’altro, nello stesso modo che il ferro non s’amalgama con l’argilla."
La simbologia di questa "seconda fase" del quarto regno, ci mostra il ferro della fase precedente, quindi forza, mescolato con l’argilla, elemento che simboleggia, al contrario, la massima debolezza. Due elementi che innaturalmente si cerca di far coesistere.
Diversi interpreti biblici vogliono forzare il testo e razionalizzarlo -visto che è più facile parlare di eventi già accaduti piuttosto che di futuri- e riferiscono questa simbologia all'impero romano già caduto. Vi è, però, un certo consenso fra gli interpreti fondamentalisti circa l’opinione che considera questa seconda fase del quarto regno non ancora avveratasi e riserva il finale adempimento della profezia ancora al futuro.
Storicamente l’impero romano non ha conosciuto qualcosa che possa essere ciò che il profeta descrive. In verità, nei primi secoli i cristiani aspettavano che prima della comparsa dell'Anticristo, l’impero romano dovesse dividersi in 10 parti -le dieci dita dei piedi, espressamente menzionate nel testo. D’altronde dopo quest'ultimo regno doveva comparire il regno messianico; ma sebbene l'impero romano sia caduto nel V secolo d.C. ciò non si è realizzato.
L’unica conclusione in armonia con il passo in questione è che la seconda fase del quarto regno è ancora futura.
Ci servirà notare, per meglio comprendere il quadro quando ci avvicineremo ad altri passi profetici su di esso, che si tratterà d’un governo avente in sé la forza dell’impero che l'ha preceduto, ma con l’aggiunta d’un elemento disgregante - "il ferro non s’amalgama con l’argilla" -, l'unione che rappresenta è forzata, voluta dall'uomo, non naturale e ciò ovviamente sarà il punto debole di questa ultima fase del quarto regno.
"Tu stavi guardando, quand’ecco una pietra si staccò, senza opera di mano, e colpì i piedi di ferro e d’argilla della statua, e li frantumò.
Allora il ferro, l’argilla, il rame, l’argento e l’oro furon frantumati insieme, e diventarono come la pula sulle aie d’estate; il vento li portò via, e non se ne trovò più traccia; ma la pietra che aveva colpito la statua diventò un gran monte, che riempì tutta la terra."
"E al tempo di questi re, l’Iddio del cielo farà sorgere un regno, che non sarà mai distrutto, e che non passerà sotto la dominazione d’un altro popolo; quello spezzerà e annienterà tutti quei regni; ma esso sussisterà in perpetuo, nel modo che hai visto la pietra staccarsi dal monte, senz’opera di mano, e spezzare il ferro, il rame, l’argilla, l’argento e l’oro. Il grande Iddio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d’ora innanzi; il sogno è verace, e la interpretazione n’è sicura."
Contrariamente a quella che è la logica umana, nella visione l'andamento della storia umana è rappresentato come involutivo: I materiali della statua, infatti, vanno impoverendosi e dall’oro del capo si passa al ferro -forte ma di poco valore- fino all'assurdo dell'argilla mescolata al ferro.
Molti commentatori vedono nell' involuzione dei materiali anche un' indicazione della forza centralizzante dei regni: dalla monarchia assoluta babilonese, alla forma di governo democratica del IV regno. Una interpretazione non esclude l'altra, anzi credo che si affianchino bene completandosi.
Rimane il significativo dettaglio finale: i piedi di argilla. I piedi devono essere forti per potere reggere il peso del corpo; al contrario, nella statua sono di ferro ed argilla mescolati insieme.
La statua è quindi destinata a cadere.
Gli sforzi dell'uomo senza Dio, contrariamente a quanto il sempre più diffuso ottimismo dei nostri giorni ci vorrebbe indurre a credere, non condurranno ad altro cha alla inevitabile rovina.
Qualcosa accade però, ad un certo punto: Dio interviene, la pietra si stacca dal monte "senza opera di mano", non per un intervento umano, ma soprannaturale.
Dio stesso costituirà un regno che non passerà, che durerà per sempre. Il suo avvento sarà "violento", drastico e non graduale come vorrebbero certi commentatori; è evidente dalla simbologia della pietra che abbatte la statua. Ciò accadrà "al tempo di questi re", cioè i dieci re dell'ultima fase del quarto regno, simboleggiati dalle dieci dita della statua, una interpretazione legittimata dai dati della visione contenuta al settimo capitolo. Ciò avverrà, possiamo anticiparlo e lo dimostreremo con i passi biblici che vedremo più avanti, al ritorno di Gesù Cristo.
Mio è lo stesso imbarazzo che fu 2000 anni fa di Giuseppe Flavio, lo storico giudeo che scrivendo ai romani ebbe paura a riferire l'interpretazione della pietra che abbatte la statua.
"Daniele inoltre dichiarò il significato della pietra al re; ma io non ritengo appropriato riferirlo, in quanto io ho intrapreso a descrivere le cose passate o presenti soltanto, ma non quelle che sono future", Antichità, libro X, 4.
Come dire a questa generazione che i suoi sforzi lontano da Dio sono vani, che dove non c'è Dio non vi può essere giustizia e pace?
La pietra è stata da sempre un chiaro segno messianico. Lo stesso Gesù si rifarà chiaramente alle profezie dell’Antico Testamento parlando di sé stesso come della pietra.
Dice infatti Gesù ai giudei: "Non avete mai letto nelle Scritture: la pietra che gli edificatori hanno riprovata è quella che è divenuuta pietra angolare; ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri?...E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà.", Matteo 21:42-44.
Gesù cita il Salmo 118:22, con un chiaro riferimento alle profezie di Isaia: "L'Eterno degli Eserciti, quello, santificate! Sia lui quello che temete e paventate! Ed egli sarà un santuario, ma anche una pietra d’intoppo, un sasso d’inciampo per le due case di Israele, un laccio e una rete per gli abitanti di Gerusalemme. Molti tra loro inciamperanno, cadranno, saranno infranti, rimarranno nel laccio e saranno presi.", Isaia 8:13-14. E ancora: "Perciò così parla il Signore, l'Eterno: Ecco io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido.", Isaia 28:16, brani citati tutti nel Nuovo Testamento con chiara interpretazione messianica, con aperti riferimenti alla persona e l’opera di Gesù.
E’difficile anche non avanzare l’ipotesi che nelle parole "ella -la pietra- stritolerà colui sul quale cadrà" Gesù non intenda richiamare alla mente la visione di Daniele della pietra che distrugge la statua.
La pietra che distrugge la statua è il Signore Gesù Cristo che torna nella sua gloria per giudicare il mondo. Il regno che stabilirà sarà quello millenario promesso da tutti i profeti.
Sigilla il profeta: "Il grande Iddio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d’ora innanzi; il sogno è verace, e la interpretazione n’è sicura."

 


V. Daniele Capitolo 7: Le quattro bestie

IL TESTO
"7:1 Il primo anno di Belsatsar, re di Babilonia, Daniele, mentr'era a letto, fece un sogno, ed ebbe delle visioni nella sua mente. Poi scrisse il sogno, e narrò la sostanza delle cose.
7:2 Daniele dunque prese a dire: Io guardavo, nella mia visione notturna, ed ecco scatenarsi sul mar grande i quattro venti del cielo.
7:3 E quattro grandi bestie salirono dal mare, una diversa dall'altra.
7:4 La prima era come un leone, ed avea delle ali d'aquila. Io guardai, finché non le furono strappate le ali; e fu sollevata da terra, fu fatta stare in piedi come un uomo, e le fu dato un cuor d'uomo.
7:5 Ed ecco una seconda bestia, simile ad un orso; essa rizzavasi sopra un lato, avea tre costole in bocca fra i denti; e le fu detto: "Lèvati, mangia molta carne!"
7:6 Dopo questo, io guardavo, ed eccone un'altra simile ad un leopardo, che aveva addosso quattro ali d'uccello; questa bestia aveva quattro teste, e le fu dato il dominio.
7:7 Dopo questo, io guardavo, nelle visione notturne, ed ecco una quarta bestia spaventevole, terribile e straordinariamente forte; aveva dei denti grandi, di ferro; divorava e sbranava, e calpestava il resto coi piedi; era diversa da tutte le bestie che l'avevano preceduta, e aveva dieci corna.
7:8 Io esaminavo quelle corna, ed ecco un altro piccolo corno spuntò tra quelle, e tre delle prime corna furono divelte dinanzi ad esso; ed ecco che quel corno avea degli occhi simili a occhi d'uomo, e una bocca che proferiva grandi cose.
7:9 Io continuai a guardare fino al momento in cui furon collocati de' troni, e un vegliardo s'assise. La sua veste era bianca come la neve, e i capelli del suo capo eran come lana pura; fiamme di fuoco erano il suo trono e le ruote d'esso erano fuoco ardente.
7:10 Un fiume di fuoco sgorgava e scendeva dalla sua presenza; mille migliaia lo servivano, e diecimila miriadi gli stavan davanti. Il giudizio si tenne, e i libri furono aperti.
7:11 Allora io guardai a motivo delle parole orgogliose che il corno proferiva; guardai, finché la bestia non fu uccisa, e il suo corpo distrutto, gettato nel fuoco per esser arso.
7:12 Quanto alle altre bestie, il dominio fu loro tolto; ma fu loro concesso un prolungamento di vita per un tempo determinato.
7:13 Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figliuol d'uomo; egli giunse fino al vegliardo, e fu fatto accostare a lui.
7:14 E gli furon dati dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue lo servissero; il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno, un regno che non sarà distrutto.
7:15 Quanto a me, Daniele, il mio spirito fu turbato dentro di me, e le visioni della mia mente mi spaventarono.
7:16 M'accostai a uno degli astanti, e gli domandai la verità intorno a tutto questo; ed egli mi parlò, e mi dette l'interpretazione di quelle cose:
7:17 "Queste quattro grandi bestie, sono quattro re che sorgeranno dalla terra;
7:18 poi i santi dell'Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, d'eternità in eternità".
7:19 Allora desiderai sapere la verità intorno alla quarta bestia, ch'era diversa da tutte le altre, straordinariamente terribile, che aveva i denti di ferro e le unghie di rame, che divorava, sbranava, e calpestava il resto con i piedi,
7:20 e intorno alle dieci corna che aveva in capo, e intorno all'altro corno che spuntava, e davanti al quale tre erano cadute: a quel corno che avea degli occhi, e una bocca proferenti cose grandi, e che appariva maggiore delle altre corna.
7:21 Io guardai, e quello stesso corno faceva guerra ai santi e aveva il sopravvento,
7:22 finché non giunse il vegliardo e il giudicio fu dato ai santi dell'Altissimo, e venne il tempo che i santi possederono il regno.
7:23 Ed egli mi parlò così: "La quarta bestia è un quarto regno sulla terra, che differirà da tutti i regni, divorerà tutta la terra, la calpesterà e la frantumerà.
7:24 Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; e, dopo quelli, ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti, e abbatterà tre re.
7:25 Egli proferirà parole contro l'Altissimo, ridurrà allo stremo i santi dell'Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saran dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi, e la metà d'un tempo.
7:26 Poi si terrà il giudizio e gli sarà tolto il dominio, che verrà distrutto ed annientato per sempre.
7:27 E il regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell'Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno".
7:28 Qui finirono le parole rivoltemi. Quanto a me, Daniele, i miei pensieri mi spaventarono molto, e mutai di colore; ma serbai la cosa nel cuore."


La visione avuta da Daniele nel primo anno dell’ultimo re babilonese, riprende chiaramente quanto rivelato in sogno a Nebucadnesar, arricchendolo di nuovi dettagli e proponendolo da una prospettiva diversa.
"Queste quattro grandi bestie, sono quattro re che sorgeranno dalla terra..."
La simbologia della statua è adesso sostituita da quella di quattro bestie. La prima simbologia riconosceva una certa dignità ai regni che voeva rappresentare, mentre la seconda ne sottolinea la ferocia.
Il teatro di questo succedersi di imperi è il mar Mediterraneo, "il mar grande", che vide il sorgere le maggiori potenze del passato. I quattro venti che soffiano su di esso sono la turbolenza delle vicende umane, dei popoli che si confrontano e si sopraffanno a vicenda.
La prima bestia, il leone, raffigura il regno neo babilonese il capo d’oro della statua.
Anche qui questo impero è dipinto avente una certa dignità, essendo il leone un animale particolarmente fiero e forte.
Le ali d’aquila che questo aveva sul dorso, rappresentano l'estensione della sua conquista. Il suo rapido declino dovuto ai successori di Nebucadnesar è descritto con le parole: "Io guardai, finché non le furono strappate le ali; e fu sollevata da terra, fu fatta stare in piedi come un uomo, e le fu dato un cuor d’uomo." La debolezza dell’uomo aveva preso il posto della forza del leone, come è in realtà accaduto.
Il leone è una figura che ricorre nelle antiche raffigurazioni babilonesi ed è quidi la raffigurazione più appropriata per questo impero.
La seconda bestia simile ad un orso, è, come le braccia ed il petto della statua, l’impero medo persiano.
La bestia si rizzava da un lato, perchè l'impero dei persiani era diviso fra i due popoli, medi e persiani, e, questi ultimi, sebbene fossero comparsi dopo i medi, erano divenuti l’elemento predominante. Ciro, il grande re, era persiano.
Le tre costole che ha in bocca rappresentano l’estensione della conquista di Ciro, a sud, a nord, ad ovest.
Il leopardo è la grecia. Le quattro ali che ha sul dorso rappresentano la totalità dell'estensione di questo impero, a nord, sud, est, ovest, riprendendo il concetto già espresso al capitolo due sul ventre e le cosce della statua, sul regno che "dominerà sopra tutta la terra", 2:39.
Le ali suggeriscono la rapidità della conquista di Alessandro, davvero stupefacente, senza eguali.
Le quattro teste sono la divisione che occorrerà in questo impero subito dopo la morte di Alessandro. Non lasciando quest’ultimo eredi, le sue conquiste furono spartite fra i suoi quattro generali, i diadochi.
I dettagli sulla seconda e terza bestia della visione saranno approfonditi nella spiegazione del capitolo VIII di Daniele, che li ha per protagonisti.
Qui per ora tutta l'attenzione del profeta è di nuovo per la quarta bestia, l’impero romano.
Vale la pena riprendere la descrizione del profeta e considerarla attentamente.
"Dopo questo, io guardavo, nelle visione notturne, ed ecco una quarta bestia spaventevole, terribile e straordinariamente forte; aveva dei denti grandi, di ferro; divorava e sbranava, e calpestava il resto coi piedi; era diversa da tutte le bestie che l’avevano preceduta, e aveva dieci corna. Io esaminavo quelle corna, ed ecco un altro piccolo corno spuntò tra quelle, e tre delle prime corna furono divelte dinanzi ad esso; ed ecco che quel corno avea degli occhi simili a occhi d’uomo, e una bocca che proferiva grandi cose."
E più in là, l'angelo spiegherà a Daniele:
"La quarta bestia è un quarto regno sulla terra, che differirà da tutti i regni, divorerà tutta la terra, la calpesterà e la frantumerà. Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; e, dopo quelli, ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti, e abbatterà tre re. Egli proferirà parole contro l’Altissimo, ridurrà allo stremo i santi dell’Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saran dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi, e la metà d’un tempo."
La quarta bestia è ancora l'impero romano. Ritorna nella descrizione di questa potenza il ferro, a simboleggiare la sua straordinaria forza.
Le dieci corna, i dieci re, altro non sono che le dieci dita dei piedi della statua.
I dieci re, le dieci parti, sorgeranno "di quel regno", dice Daniele; quindi il regno sarà in un primo tempo unito, e soltanto in un secondo tempo sorgeranno le divisioni che vede il profeta.
Devo puntualizzare ancora che Roma non ha conosciuto un evento storico che avverasse la descrizione del profeta. La conclusione allora è che quanto Daniele profetizza è ancora per noi un evento futuro.
I primi cristiani pregavano per l’unità dell’impero, perchè sapevano che la venuta dell’anticristo sarebbe stata preceduta dalla sua divisione in 10 parti. Sebbene Roma sia caduta, l’impero romano oggi non esista più, tale evento previsto da Daniele non si è ancora avverato.
Non sappiamo come, allora, ma la Parola di Dio ci autorizza a pensare che un giorno, poco prima della manifestazione dell’anticristo e quindi anche del ritorno di Gesù, si costituirà una federazione di stati che avrà tanto in comune con l'antico impero romano, da potersi considerare un suo continuo.
Da questa unione di nazioni, dopo che questa sarà già stata costituita ("dopo di loro"), dal suo interno ("un altro piccolo corno saliva fra quelle"), avrà luogo l’ultima offensiva di Satana, attraverso un individuo che dai cristiani delle origini ad oggi è stato definito come l'anticristo.
L'anticristo si farà avanti all'interno della coalizione di stati, emergendo forse a danno di altri ed in modo violento ("sarà differente dai precedenti ed abbatterà tre re").
"Proferirà parole contro l'Altissimo", parlerà contro Dio come nessun uomo ha mai fatto, tanto che questa sua arroganza più d’ogni altra sua cartteristca è evidenziata come il motivo del giudizio di Dio.
"Faceva guerra ai santi e li vinceva". Egli lotterà con i servitori di Dio e riuscirà a vincerli, li "distruggerà".
"Penserà di mutare i tempi e la Legge". Egli, in un certo senso, rappresenterà la massima espressione dell’uomo che vuole prendere il posto di Dio, che vuole liberarsi da Dio, dalle sue leggi. Egli vorrà, come molti tiranni, cancellare ciò che è stato prima di lui ed imporre la sua legge come assoluta. Egli deificherà se stesso.
"E i santi gli saranno dati nelle mani fino ad un tempo, più tempi e la metà d'un tempo", tre anni e mezzo.
Perchè Dio permetterà che qualcosa di tanto terribile accada, non so dirlo, né credo che nessun altro possa dirlo; ma con gli occhi della fede vediamo oltre e sappiamo che il fine di Dio è sempre il nostro bene.
Anche l’anticristo, come tutti gli altri capi venuti prima di lui, e come ogni uomo, può agire perchè Dio gli permette di farlo. A lui Dio darà un tempo prestabilito, al termine del quale, quando la coppa della pazienza di Dio sarà colma, dovrà dare conto dei suoi misfatti.
Verrà il giorno quando al posto delle nazioni che oggi vediamo, sorgerà per mano di Dio un altro regno, il regno che porterà finalmente pace alle tribolate vicende umane.
La descrizione dei versi 9 e 10 non può non ricondurci alla mente i capitoli 4 e 5 del libro dell'Apocalisse. Essi descrivono Dio nella sua veste di Giudice e l’inizio del giudizio.
"L'Antico dei giorni si pose a sedere", Dio si siede sul suo trono di giudizio. "Il giudizio si tenne e i libri furono aperti", ancora parole che ci riportano alla visione di Giovanni.
Nel capitolo due di Daniele, una pietra si stacca dal monte e abbatte la statua. Qui la bestia è uccisa ed arsa col fuoco. Ancora una volta il giudizio di Dio è descritto come "violento", non come un processo graduale.
Nella visione di Daniele compare adesso una figura ed una descrizione cui Gesù farà riferimento nel suo insegnamento circa se stesso, la sua venuta quale Salvatore e il suo ritorno quale Giudice.
E’ a questo brano di Daniele che Gesù faceva riferimento quando si definiva il figliuolo dell’uomo, una visione in cui i giudei riconoscevano descritto il Messia promesso.
In particolare nel suo sermone profetico -che esamineremo in dettaglio più avanti-, il Signore riprende il dettaglio della visione di Daniele per descrivere il suo ritorno in gloria.
Il Figliuolo dell'uomo che viene con le nuvole del cielo è il Messia, che alla fine dei tempi quando Dio stesso avrà fatto giudizio dell'ultimo re del quarto regno, dell'anticristo, inaugurerà un regno che non avrà mai fine.
"E poi i santi dell'Altissimo riceveranno il regno, e lo possederanno per sempre."



VI. Il quarto regno: diverse vedute a confronto.

Abbiamo detto nei capitoli precedenti che il quarto regno visto da Daniele è l'impero romano.
Non tutti i commentatori concordano con questa interpretazione.
Fra i commentatori fondamentalisti, fra coloro che credono nella ispirazione della Bibbia plenaria e verbale, che credono che Dio abbia veramente parlato attraverso i suoi profeti, anche di eventi futuri, ci sono pochi dubbi: il quarto regno regno è Roma, in armonia con una saldissima tradizione che giunge autorevole fin dai primi secoli del cristianesimo.
Scrive Girolamo nel V secolo:
"Tutti gli scrittori ecclesiastici hanno trasmesso che alla fine del mondo, quando il regno dei romani starà per essere distrutto, vi saranno dieci re che si spartiranno l'impero romano", citato da Tadford nel suo "Daniel and his prophecy", pag. 110.
La testimonianza di Girolamo è confermata dagli scritti degli autori cristiani dei primi secoli giunti fino a noi. Ne abbiamo già accennato.
L’epistola di Barnaba, una apologia del cristianesimo composta nel II secolo, fa riferimento alle visioni di Daniele circa la quarta bestia del capitolo 7 come eventi a breve scadenza. E' difficile credere che l'autore di questo scritto non fosse convinto che il IV regno di Daniele fosse Roma.
Ippolito nel II secolo ha scritto un trattato sull’anticristo e un commento al libro di Daniele. Anche per lui il quarto regno è l’impero romano:
"Quindi dice, "la quarta bestia era spaventosa e terribile: aveva dei denti di ferro e artigli di bronzo". Chi sono questi se non i Romani il cui regno esiste ancora, e sono rappresentati dal ferro? In quanto egli dice, "le sue gambe erano di ferro".
Dopo di ciò cosa rimane, o diletto, se non le dita dei piedi dell’immagine, i quali "saranno in parte di ferro e in parte di argilla, mischiati insieme?"
Attraverso le dita dei piedi sono raffigurati, misticamente, i 10 re che sorgeranno da quel regno. Come dice Daniele: "Io considerai la bestia; ed ecco vi erano dieci corna dietro d'essa, fra le quali salirà un piccolo corno", attraverso il quale è inteso l'anticristo che dovrà comparire...", Anticristo, 25:1-2
"Le "dita di argilla e ferro" sono le "dieci corna" che saranno. Il "piccolo corno che spunta fra loro" è "l'anticristo". La pietra che "colpisce la statua e la frantuma", e che riempì la terra, è Cristo, che viene dal cielo e porta il giudizio nel mondo", Anticristo, 28.
Ippolito sostiene l’interpretazione tradizionale, qui difesa e sostenuta.
Lo stesso dicasi per Ireneo, vescovo di Lione, vissuto anche lui nel II secolo. Nella parte finale della sua opera in cinque libri contro l'eresia gnostica, si sofferma sulle profezie riservate agli eventi che avranno luogo negli ultimi tempi.
"Chiaramente alluse agli ultimi tempi, ai dieci re che vi saranno e che si divideranno l'attuale impero, Giovanni discepolo del Signore nell'Apocalisse dicendo le parole udite a proposito delle dieci corna viste da Daniele", Contro le eresie, V,26,1.
I cristiani dei primi secoli pregavano per l'unità dell'impero, perchè sapevano che quando questo si fosse diviso, sarebbe comparso l’anticristo. Ovviamente, non potevano sapere che esso sarebbe tramontato senza conoscere quella divisione e che essa era riservata per un tempo molto più lontano.
Andando ancora più indietro nella tradizione cristiana, troviamo lo stesso Giovanni, l’apostolo, che ci mostra di credere che la quarta bestia vista da Daniele è Roma e che la sua ultima fase, l’exploit dell'anticristo, è, ancora ai suoi giorni, riservata ad un avveramento futuro.
Apocalisse 13:1-2.
"E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle teste nomi di bestemmia. E la bestia che io vidi era simile ad un leopardo, e i suoi piedi erano come l’orso, e la sua bocca come la bocca d’un leone..."
La descrizione non è casuale, Giovanni volontariamente richiama la profezia di Daniele, già col solo simbolismo della "bestia", ma ancora di più con i particolari che utilizza per la sua descrizione. Cita infatti, un leopardo, un orso, un leone, esattamente le tre bestie viste da Daniele.
Quest’ultimo però aveva visto nel futuro, avanti, prima un leone, poi un orso, poi un leopardo, quindi la bestia terribile. Giovanni li vede esattamente al contrario e ciò perchè la sua prospettiva è opposta a quella di Daniele: deve guardare indietro, al passato, perchè la visione s’è già in parte avverata; ed ecco che vede prima il leopardo, poi l'orso, quindi il leone. Guardando indietro non vede la quarta bestia, al contrario ci fa capire che è proprio di lei che sta parlando.
DANIELE - leone - orso - leopardo - GIOVANNI - la bestia terribile.
Giovanni dice apertamente di parlare di Roma. Apocalisse 17.
E’ difficile pensare che gli apostoli non credessero che il quarto regno di Daniele fosse Roma.
Andando ancora indietro, lo storico giudeo Flavio Giuseppe ci mostra di condividere l’interpretazione cristiana classica, che in fondo comunque è solo il logico proseguo di quella ebraica.
Scrive Wright nel suo "Studies in Daniel and his prophecy":
"Se ammettiamo che l’impero romano è il quarto regno illustrato al capitolo II e VII (di Daniele), la conclusione che ne consegue è che l’autore del libro di Daniele possedeva il dono sovrannaturale di vedere il futuro. I critici increduli, perciò, dal tempo di Porfirio ad oggi, sono stati costretti a suggerire altre soluzioni all’enigma. Quei quattro regni furono spiegati da eminenti interpreti giudaici come il babilonese, medio persiano, greco e romano, anni prima che Cristo venisse al mondo, e a lungo dopo quell'evento. La medesima spiegazione è seguita da Cristo e dalla grande maggioranza degli espositori cristiani per quasi due millenni."
Come dicevo quando parlavo dell’autenticità del libro di Daniele, è molto importante considerare i presupposti con i quali ci si avvicina a questo libro. Ciò riguarda ovviamente anche altre porzioni "profetiche" della Scrittura.
La stessa incredulità che fa credere ai critici, contro le affermazioni della Parola di Dio e contro quella dignità che ad essa un cristiano deve riconoscere, che Daniele non sia un libro "autentico", fa loro credere che le profezie in esso contenute non sono vere profezie, li induce a credere cioè che Dio non può avere rivelato a Daniele o all’autore del libro degli eventi futuri.
Anzi, come abbiamo già detto, questi racchiudono tutte le visioni del profeta nei giorni del supposto ignoto autore del II secolo, forzando in tal modo l’interpretazione perchè dia loro ragione.
La molla prima che dirige le idee di certi studiosi è l'incredulità: Dio non ha ispirato nessun profeta in maniera che questi potesse predire degli eventi futuri. Tutto il resto poggia su questo presupposto.
Una prima spiegazione alternativa proposta per i quattro regni è la seguente.
Il primo regno sarebbe Babilonia, il secondo la Media, il terzo la Persia, il quarto la Grecia.
Il che è impossibile.
La Media è vero, è stato un impero da se stante prima della Persia, ma non è mai entrato in contatto da solo col popolo ebraico se non soltanto dopo la formazione dell'impero Persiano, del quale la Media adesso faceva parte.
Lo stesso profeta nella visione descritta al capitolo VIII parla di medi e persiani come di un unico impero, Dan.8:20 e quest’altra visione, i dettagli dei regni descritti coincidono con l’interpretazione che è stata data al capitolo 7.
Daniele aveva poi predetto all’ultimo re Babilonese che il suo regno sarebbe caduto in mano ai medo-persiani, Daniele 5:28.
La descrizione data dal profeta circa il terzo regno calza benissimo con la Grecia, per le coincidenze sopradescritte, ma non ha senso alcuno se riferita alla Persia: la conquista estesa al tutto il mondo allora conosciuto, la divisione in quattro parti occorsa dopo la morte di Alessandro, per citare due dettagli soltanto.
Allo stesso modo non ha significato attribuire i dettagli del quarto regno alla Grecia, perchè le vicende di questo impero non li soddisfano: la divisione in 10 parti, la comparsa di un "piccolo corno" e poi l’avvento del regno messianico.
Per cercare di riparare alle insormontabili difficoltà di questa interpretazione, ne viene proposta un’altra, forse quella che oggi gode di maggiore credito, che vede nel secondo regno quello medo-persiano, nel terzo quello greco, nel quarto quello dei diadochi, i successori di Alessandro Magno.
Una interpretazione insostenibile.
La descrizione del terzo regno, l’abbiamo visto, già contempla gli eventi occorsi dopo la morte di Alessandro. La divisione di questo regno in quattro parti, si concilia con il simbolismo delle quattro teste del capitolo VII; non si concilia con i dieci re che riguardano la quarta bestia.
Inoltre, al capitolo II è chiaro che il terzo e il quarto regno non sono fra di loro più in relazione del secondo col terzo, e che il quarto conosce delle vicende che lo vedono forte, unito, prima, diviso poi. Questo non combacia con l’idea d’un regno già nato come una divisione.
L’armonia dei dettagli delle visioni di Daniele viene a mancare se abbandoniamo l’interpretazione tradizionale. Ci troviamo, a mio avviso, davanti ad una meravigliosa ed ulteriore prova dell'autenticità della Parola di Dio e dell'ispirazione della Bibbia.
E’ ovvio che gli attacchi degli avversari della Parola di Dio siano, quindi, particolarmente cruenti. La sostanza delle idee sostenute è inversamente proporzionale alla tracotanza con la quale queste vengono proposte.
C'è ancora un ultimo dettaglio, tutt’altro che secondario.
Alla caduta del quarto regno avrebbe dovuto instaurarsi il regno del Messia. Ciò, se la visione di Daniele fosse riferita ad un tempo passato, non sarebbe avvenuto.
Il regno dei greci è caduto molto prima della nascita di Gesù e la promessa di Dio non sarebe perciò stata adempiuta.
E' ancora una forzatura -questa inammissibile da parte mia- del testo ad essere proposta come spiegazione.
Penso sia apparsa chiara l’avversione che provo verso un certo tipo di interpretazioni.
Lo stesso non è vero per tutte le interpretazioni che non coincidano con quella proposta in questo studio. E’ soltanto che quando l’incredulità viene spacciata per voglia di verità storica e autentico spirito di ricerca della verità biblica, credo si sia varcato il limite del buongusto e del sensato, quando le parole di difesa sono ben più oltraggiose di quelle di offesa.
Avvicinarsi alla Bibbia con uno spirito di incredulità, significa partire da presupposti opposti a quelli che la fede cristiana e lo Spirito Santo ci impongono.
Esistono altre interpretazioni cristiane, autenticamente cristiane, che io non condivido, ma che, in quanto sinceri sforzi per comprendere la Parola di Dio, non posso non considerare con rispetto.
Alcuni, ad esempio, vedono nel quarto regno l’impero romano, ma non credono che Daniele parli di un anticristo che comparirà negli ultimi giorni, bensì che la visione si esaurisca con l'instaurarsi del regno spirituale della prima venuta di Gesù.
Non concordo con questa interpretazione perchè Gesù ha riferito la visione del Figlio dell’uomo di Daniele VII al suo ritorno in gloria, perchè il regno di Dio di cui parla Daniele mi appare come quel regno millenario promesso dai profeti, un regno terreno, non spirituale, il cui avvento comunque sarà come ho già detto "violento", non graduale. C'è poi anche la visione di Giovanni che sposta le profezie di Daniele fino al tempo del ritorno di Gesù. E ribadisco che l'impero romano non ha conosciuto gli ultimi dettagli che il profeta descrive tanto chiaramente.
Come dicevo, però, non disprezzo tali sforzi quando compiuti con autentico zelo e sincerità, in una visione della Parola di Dio che esalta la sua fedeltà e la sua autentica ispirazione.
Tale rispetto non posso provare per chi invece, sotto l’apparenza addirittura di difensore della Scrittura, si erge al di sopra di essa, screditandola.



VII. Daniele Capitolo 8: dettagli delle vicende del secondo e terzo regno.

IL TESTO
"8:1 Il terzo anno del regno del re Belsatsar, io, Daniele, ebbi una visione, dopo quella che avevo avuta al principio del regno.
8:2 Ero in visione; e, mentre guardavo, ero a Susan, la residenza reale, che è nella provincia di Elam; e, nella visione, mi trovavo presso il fiume Ulai.
8:3 Alzai gli occhi, guardai, ed ecco, ritto davanti al fiume, un montone che aveva due corna; e le due corna erano alte, ma una era più alta dell'altra, e la più alta veniva su l'ultima.
8:4 Vidi il montone che cozzava a occidente, a settentrione e a mezzogiorno; nessuna bestia gli poteva tener fronte, e non c'era nessuno che la potesse liberare dalla sua potenza; esso faceva quel che voleva, e diventò grande.
8:5 E com'io stavo considerando questo, ecco venire dall'occidente un capro, che percorreva tutta la superficie della terra senza toccare il suolo; e questo capro aveva un corno cospicuo fra i suoi occhi.
8:6 Esso venne fino al montone dalle due corna che avevo visto ritto davanti al fiume, e gli s'avventò contro, nel furore della sua forza.
8:7 E lo vidi giungere vicino al montone, pieno di rabbia contro di lui, investirlo, e spezzargli le due corna; il montone non ebbe la forza di tenergli fronte, e il capro lo atterrò e lo calpestò; e non ci fu nessuno che potesse liberare il montone dalla potenza d'esso.
8:8 Il capro diventò sommamente grande; ma, quando fu potente, il suo gran corno si spezzò; e, in luogo di quello, sorsero quattro corna cospicue, verso i quattro venti del cielo.
8:9 E dall'una d'esse uscì un piccolo corno, che diventò molto grande verso mezzogiorno, verso levante, e verso il paese splendido.
8:10 S'ingrandì, fino a giungere all'esercito del cielo; fece cader in terra parte di quell'esercito e delle stelle, e le calpestò.
8:11 S'elevò anzi fino al capo di quell'esercito, gli tolse il sacrifizio perpetuo, e il luogo del suo santuario fu abbattuto.
8:12 L'esercito gli fu dato in mano col sacrifizio perpetuo a motivo della ribellione; e il corno gettò a terra la verità, e prosperò nelle sue imprese.
8:13 Poi udii un santo che parlava; e un altro santo disse a quello che parlava: "Fino a quando durerà la visione del sacrifizio continuo e la ribellione che produce la desolazione, abbandonando il luogo santo e l'esercito ad essere calpestati?"
8:14 Egli mi disse: "Fino a duemila trecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato".
8:15 E avvenne che, mentre io, Daniele, avevo questa visione e cercavo d'intenderla, ecco starmi ritta davanti come una figura d'uomo.
8:16 E udii la voce d'un uomo in mezzo all'Ulai, che gridò, e disse: "Gabriele, spiega a colui la visione".
8:17 Ed esso venne presso al luogo dove io stavo; alla sua venuta io fui spaventato, e caddi sulla mia faccia; ma egli mi disse: "Intendi bene, o figliuol d'uomo! perché questa visione concerne il tempo della fine".
8:18 E com'egli mi parlava, io mi lasciai andare con la faccia a terra, profondamente assopito; ma egli mi toccò, e mi fece stare in piedi.
8:19 E disse: "Ecco, io ti farò conoscere quello che avverrà nell'ultimo tempo dell'indignazione; poiché si tratta del tempo fissato per la fine.
8:20 Il montone con due corna che hai veduto, rappresenta i re di Media e di Persia.
8:21 Il becco peloso è il re di Grecia; e il gran corno fra i suoi due occhi è il primo re.
8:22 Quanto al corno spezzato, al cui posto ne son sorti quattro, questi sono quattro regni che sorgeranno da questa nazione, ma non con la stessa sua potenza.
8:23 E alla fine del loro regno, quando i ribelli avranno colmato la misura delle loro ribellioni, sorgerà un re dall'aspetto feroce, ed esperto in strattagemmi.
8:24 La sua potenza sarà grande, ma non sarà potenza sua; egli farà prodigiose ruine, prospererà nelle sue imprese, e distruggerà i potenti e il popolo dei santi.
8:25 A motivo della sua astuzia farà prosperare la frode nelle sue mani; s'inorgoglirà in cuor suo, e in piena pace distruggerà molta gente; insorgerà contro il principe de' principi, ma sarà infranto, senz'opera di mano.
8:26 E la visione delle sere e delle mattine, di cui è stato parlato, è vera. Tu tieni segreta la visione, perché si riferisce ad un tempo lontano".
8:27 E io, Daniele, svenni, e fui malato vari giorni; poi m'alzai, e feci gli affari del re. Io ero stupito della visione, ma nessuno se ne avvide."


La visione descritta nell’ottavo capitolo di Danile, è chiaramente in relazione con la precedente: "...una visione apparve a me, Daniele, dopo quella che avevo avuta in principio" ed approfondisce i dettagli delle vicende storiche del secondo e terzo regno, Medo-Persia e Grecia.
L’anno è il terzo di Belsasar, due anni dopo la prima visione del profeta. L’impero babilonese è ormai in declino.
Elam è una regione sede di importanti civiltà del passato. Susa è la futura residenza dei re persiani ed il fiume Ulai scorre a sud d'essa.
La Medo-Persia è qui simboleggiata da un montone.
Questo aveva due corna, "e le due corna erano alte, ma una era più alta dell’altra, e la più alta veniva su l’ultima."
La Media era già esistita come potenza indipendente, ma con l’ascesa della Persia, che era in precedenza una sua provincia, essa era divenuta parte di un impero dove l’elemento persiano era diventato senz’altro predominante. Questo spiega perchè il corno che appariva per ultimo era più alto.
Questo ci riporta alla visione dell’orso il quale "si levò da un lato", parole che secondo quanto ho già detto descrivono la stessa caratteristica di questo impero.
La conquista dell'impero persiano fu molto vasta. Esso veniva da est e perciò è detto che si spinse a nord, sud ed ovest, le tre costole della visione precedente.
Siamo certi dell’identità di questa bestia visto che lo stesso libro di Daniele ci dice che "Il montone con due corna...veduto, rappresenta i re di Media e di Persia.", v.20.
Il capro che viene da occidente è la potenza greco-macedone. Il profeta puntualizza il fatto che si tratta del primo impero che provenga dall’ovest. Fatto straordinario, se consideriamo la svolta storica cbe ha rappresentato, visto che tutti i grandi imperi del passato fino ad Alessandro Magno erano imperi orientali.
I greci conquistarono in brevissimo tempo tutto il mondo allora conosciuto.
I particolari di questa visione sono ancora in armonia con quelli della precedente.
"le quattro ali del leopardo" hanno lo stesso significato di quelle usate adesso: "...percorreva tutta la superficie della terra senza toccare il suolo". Basta ricordare i quattro punti cardinali o le antiche credenze sui quattro canti della terra, per compendere quanto appropriato sia che nella Bibbia il numero quattro simboleggi la terra.
La Persia non potè nulla contro l’irresistibile avanzata di Alessandro che travolse anche lei.
Si noterà come la persona stessa di Alessandro venga predetta. Egli è visto come il gran corno, il primo re. In verità egli non era il primo re macedone, ma per ciò che riguarda la profezia lo si può benissimo considerare tale.
Lo storico giudeo Flavio Giuseppe narra che il libro stesso di Daniele fu mostrato ad Alessandro dai sacerdoti ebrei del tempo e che egli riconobbe che questo profetizzava di lui, risparmiando Gerusalemme dalla distruzione.
"Il capro diventò sommamente grande; ma, quando fu potente, il suo gran corno si spezzò; e, in luogo di quello, sorsero quattro corna cospicue, verso i quattro venti del cielo.
E dall’una d’esse uscì un piccolo corno, che diventò molto grande verso mezzogiorno, verso levante, e verso il paese splendido."
L'avanzata di Alessandro Magno fu inarrestabile. In pochi anni riuscì a conquistare tutto il mondo allora conosciuto. Ma secondo la profezia, nel pieno della sua forza, a 33 anni, nel 323 a.C., morì senza lasciare eredi.
Il suo immenso impero venne spartito, non senza conflitti, fra i suoi quattro generali, i diadochi: "Quanto al corno spezzato, al cui posto ne son sorti quattro, questi sono quattro regni che sorgeranno da questa nazione, ma non con la stessa sua potenza." Certamente i regni dei diadochi non conobbero lo splendore e la forza di quello del grande Alessandro.
Cassandro divenne re di Macedonia. Lisimaco dell' Asia Minore. Tolomeo dell'Egitto. Seleuco della Siria.
Le vicende di questi regni e in particolare di due di loro, Egitto e Siria, saranno il tema della visione degli ultimi tre capitoli del libro di Daniele, che più avanti esaminerò.
Da uno di questi quattro regni sorti dallo smembramento dell’impero di Alessandro, dalla dinastia dei seleucidi comparirà Antioco IV, ottavo re di Siria, detto Epifane.
I seleucidi regnarono in Siria fra il 312 e il 64 d.C. Seleuco era stato un ufficiale di cavalleria nell'esercito di Alessandro. Queste le successioni dei re di Siria:
Seleuco I (312-280 a.C.), Antioco I (280-261 a.C.), Antioco II (261-247 a.C.), Seleuco II (247-226 a.C.), Seleuco III (226-223 a.C.), Antioco III il grande (223-187 a.C.), Seleuco IV (187-175 a.C.) e quindi Antioco IV che regnò dal 175 al 163 a.C.
Quest'ultimo è il piccolo corno di questa visione.
Sebbene sia chiamato "piccolo corno" non deve -perchè non può- confondersi con il piccolo corno della visione precedente. Egli viene da una delle quattro parti in cui s'è diviso il regno greco (al capitolo 7 la terza bestia) mentre il piccolo corno del capitolo VII viene fuori fra le dieci corna della quarta bestia che è Roma.
Antioco era il terzo figlio di Antioco III il grande. Trascorse i primi anni di vita prigioniero come ostaggio a Roma. Dopo una lotta contro un usurpatore, divenne re nel 175 a.C.
"E da una d’esse -delle quattro divisioni dell'impero di Alessandro- uscì un piccolo corno, che diventò molto grande verso mezzogiorno, verso levante e verso il paese splendido", cioè il sud, l'Egitto, l'est e la Palestina, come in realtà accadde.
Di ritorno dalla sua prima fortunata campagna contro l'Egitto (170 a.C.), Antioco siscagliò contro Gerusalemme e ne profanò il Tempio, portando con se parte dei suoi tesori.
Dopo gli umilianti esiti della sua seconda campagna contro l'Egitto (168 a.C.) dovuti all’intervento di Roma, della quale Antico dovette accettare le condizioni, lasciando l’Egitto, nella sua furia si rivolse di nuovo contro il popolo di Israele, uccidendo molti e portando via come schiavi altri.
Vista la posizione di Roma, l’importanza della palestina nella politica di Antioco crebbe. Essa costituiva adesso un bastione contro il sud, l'Egitto, e contro l’avanzata romana.
Antioco Epifane utilizzò l’ellenismo per tentare di creare quell’unità nazionale, culturale e quindi anche religiosa, per i suoi territori che egli considerava fondamentale. E’ ovvio che la piccola nazione ebraica col suo culto esclusivo a Yahweh e il suo vivere quasi appartata, nell’osservanza della sua Legge, era un ostacolo ai piani di Antioco.
Spalleggiato da dei giudei apostati, egli proibì il culto giudaico e l'osservanza della Legge; abolì il sacrificio continuo e osò persino profanare il santo dei santi, il luogo santissimo del tempio, nel quale pose una statua di Giove che sembra avesse le sue sembianze.
La profezia data a Daniele quattrocento anni prima si era avverata alla lettera.
"S’ingrandì fino a giungere all’esercito del cielo", che bisogna intendere come i sacerdoti del culto ebraico, "fece cadere in terra parte di quell'esercito e delle stelle e le calpestò. S'elevò sino al capo di quell'esercito", il sommo sacerdote, "gli tolse il sacrificio continuo", offerto secondo le prescrizioni della legge, "e il luogo del suo santuario fu abbattuto". Antioco calpestò la religione giudaica con la massima noncuranza e crudeltà, culminando le sue scelleratezze con la profanazione del Tempio.
"L’esercito gli fu dato in mano col sacrificio perpetuo a motivo della ribellione." Anche qui Antioco è visto come un mezzo per eseguire il giudizio per il popolo che s’è allontanato da Dio. Anche questo re ellenista, così pieno di sé da farsi chiamare Epifane (Dio manifestato) era soltanto uno strumento di Dio per purificare il suo Israele, per richiamarlo alla osservanza vera della Legge di Dio.
Nell'avverarsi tanto dettagliato della profezia su Antioco e nell'incongruenza dell'applicazione dei passi che riguardano il futuro di diversi commentatori alla sua persona, guadagniamo ancora fiducia per la nostra interpretazione e per l'autenticità della profezia.
La profanazione di Antioco durò poco meno di tre anni e mezzo, 1150 giorni, come ci dice Daniele. 2300 si riferisce ai sacrifici offerti la mattina e la sera, quindi equivale a 1150 giorni di calendario, dal 168 a.C. al 165 a.C.. I dati storici in nostro possesso non ci consentono un computo esatto.
Inutile dire che le fantasticherie create da alcuni su questo numero non hanno il minimo valore esegetico. La profezia data da Daniele circa la durata della profanazione di Antioco ha già avuto il suo avveramento e cercare di attribuire ad essa -a certe fantasiose interpretazioni, anzi- il valore di oracolo numerario per l'essatta determinazione del giorno del ritorno di Gesù, contrasta col dato evangelico.
Gesù conosceva infatti la Scrittura, anzi, dopo la sua resurrezione, la spiegò egli stesso agli apostoli, eppure nulla disse sulla data del suo ritorno perchè gli apostoli la potessero conteggiare sul calendario, al contrario egli stesso affermò:
"Quanto all'ora e a quel giorno nessuno la sa",
Dopo il tempo previsto da Daniele, la rivolta iniziata da Mattatia, un sacerdote fedele alla Legge che non scese a compromessi col re siriano, si concluse per mano di Giuda Maccabeo, che liberò il popolo e riconsacrò il Tempio al suo legitimo culto a Yahweh, nel 25 del mese di Kislev del 165 a.C. Evento ancora oggi festeggiato dai giudei.
I versi da 22 a 25 si soffermano sulla scellerata carriera di Antioco, sottolineandone l'astuzia, la malvagità, la sua esaltazione di se stesso. Egli in pace distruggerà molti e oserà andare contro Dio stesso. Ma ci assicura la profezia che Dio stesso interverrà per distruggerlo "ma sarà rotto senza opera di mani". Della fine di Antioco non si sa gran che. Morì nel 163 a.C. durante una spedizione militare nell'est.
Diversi punti in comune si colgono fra la figura dell'anticristo e quella di Antioco.
Entrambi si rivolgeranno contro Israele, il popolo di Dio e Dio per qualche tempo darà loro la vittoria. Entrambi si autoesalteranno fino a deificarsi apertamente, con l'audacia delle loro parole e con i loro intenti che mirano ad imporre la loro volontà in maniera assoluta.
Entrambi riceveranno il giudizio per mano di Dio stesso.
Viste le analogie fra i due alcuni hanno definito Antioco, a mio avviso con ragione, l'anticristo dell'Antico Testamento.
Molti cristiani riferiscono le parole dei versi da 22 a 25 all'anticristo stesso. Ma credo di avere più ragioni per ritenere che le parole in oggetto siano si riferite ad Antioco IV e con la sua persona abbiano avuto un primo avveramento, ma che riguardano anche l'anticristo che verrà, il piccolo corno del capitolo 7, del quale Antioco è un tipo, una figura.
Che ciò possa essere vero è in armonia con altre profezie tipologiche già avveratisi -Isacco tipo di Gesù quale sacrificio del Padre, Davide tipo di Gesù come re e così via, innumerevoli esempi esistono anche citati dallo stesso Nuovo Testamento.
Quanto in comune esista fra queste due figure, però, lo sapranno meglio coloro che lo vedranno.
Noi dal canto nostro, per motivi che saranno chiari più avanti, preferiamo non essere fra costoro.



VIII. Daniele capitolo 9: le settanta settimane

IL TESTO (dalla Diodati)
"9:24 Vi sono settanta settimane determinate sopra il tuo popolo, e sopra la tua santa città, per terminare il misfatto, e per far venir meno i peccati, e per far purgamento per l'iniquità, e per addurre la giustizia eterna, e per suggellar la visione, ed i profeti; e per ungere il Santo de' santi.
9:25 Sappi adunque, ed intendi, che da che sarà uscita la parola, che Gerusalemme sia riedificata, infino al Messia, Capo dell'esercito, [vi saranno] sette settimaane, e [altre] sessantadue settimane, [nelle quali] saranno di nuovo edificate le piazze, e le mura, e i fossi; e [ciò], in tempi angosciosi.
9:26 E dopo quelle sessantadue settimane, essendo sterminato il Messia senza, che gli [resti più] nulla, il popolo del Capo dell'esercito a venire distruggerà la città, e il santuario; e la fine di essa sarà con inondazione, e [vi saranno] desolazioni determinate infino al fine della guerra.
9:27 Ed esso confermerà il patto a molti in una settimana; e nella metà della settimana farà cessare il sacrificio, e l'offerta; poi [verrà] il desertatore sopra le ale abbominevoli; e fino alla finale e determinata perdizione, [quell'inondazione] sarà versata sopra il [popolo] desolato."


Ci sarebbe molto da dire sul significato spirituale, sulla profondità del messaggio che ci giunge dalla perfetta condotta del profeta. Ciò però non rietra nel merito della mia trattazione e per maggiori dettagli debbo rimandare il lettore ad altre fonti.
Daniele si trovava nel periodo di dominazione dei persiani. Tre re di babilonia, secondo la profezia di Geremia si erano succeduti, dopo di che Dio aveva fatto giudizio anche su questo popolo.
Un'altra profezia di Geremia doveva compiersi, quella dei settanta anni. "...e tutto questo paese sarà ridotto in solitudine e in una desolazione, e queste nazioni serviranno il re di Babilonia settanta anni", Geremia 25:11.
Daniele supplica Dio perché si ricordi del suo popolo, si ricordi della sua promessa e l'adempia, restituendo a Israele la sua libertà.
Narra il libro delle Cronache:
"E Nebucadnetsar menò in cattività a Babilonia quelli ch’erano scampati dalla spada; ed essi furono assoggettati a lui ed ai suoi figliuoli, fino all’avvento del regno di Persia (affinché s’adempisse la parola dell’Eterno pronunziata per bocca di Geremia), fino a che il paese avesse goduto de’ suoi sabati; difatti esso dovette riposare per tutto il tempo della sua desolazione, finché furon compiuti i settant’anni.
Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché s’adempisse la parola dell’Eterno pronunziata per bocca di Geremia, l’Eterno destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale, a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno quest’editto:
"Così dice Ciro, re di Persia: L’Eterno, l’Iddio de’ cieli, m’ha dato tutti i regni della terra, ed egli m’ha comandato di edificargli una casa in Gerusalemme, ch’è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, sia l’Eterno, il suo Dio, con lui, e parta!"
L'anno dell'editto di Ciro è il 536 a.C., esattamente 70 anni dopo la prima venuta di Nebucadnesar contro Giuda.
Ma non sarà questo editto il soggetto della profezia data da Dio a Daniele. Quest'ultimo infatti aveva chiesto espressamente: "...O Signore, secondo le tue opere di giustizia, fa, ti prego, che la tua ira e il tuo furore si ritraggano dalla tua città Gerusalemme, il tuo monte santo ... fa risplendere il tuo volto sul tuo santuario che è desolato".
Gli editti dei re persiani permisero poi che ciò fosse realizzato. Fu concesso al popolo di tornare ad edificare le mura di Gerusalemme e il tempio.
Alla preghiera di Daniele però Dio rispose subito in una maniera particolare, facendolo depositario di una nuova profezia che riguardava il popolo di Dio, la città e il tempio, la loro restaurazione, ma non quella temporanea, quella che sarebbe occorsa da li a non molti anni, bensì quella definitiva promessa per gli ultimi tempi, tramite il Messia.
"Settanta settimane sono fissate", cioè un periodo di tempo pari a sette volte quello previsto da Geremia.
Sette è un numero che nella Bibbia indica perfezione. E, infatti, alla fine di questo periodo di tempo sette volte quello previsto da Geremia, Dio avrebbe liberato in maniera perfetta il suo popolo.Sette settimane sono infatti 490 anni.
Nell'originale la parola che viene tradotta con settimane non si riferisce a sette giorni, bensì ad un raggruppamento di sette -come diecina descrive nella nostra lingua un gruppo di dieci, o dozzina di un gruppo di dodici-, in questo caso anni. Potremmo tradurre anche Settanta settenari...
Per gli ebrei il riferimento al numero sette era molto significativo: il giorno di sabato era il settimo giorno, i giubilei ricorrevano in periodi multipli di sette, ecc. Potremmo dire che come per la società in cui viviamo oggi il numero più importante è il 10 -sistemi di misure, di peso, ad esempio sono su scala decimale- per l'antico popolo di Dio era invece il sette.
Evitando di fare particolari riferimenti all'originale, sarà la stessa traduizione della Bibbia a fornirci una rapida chiave di lettura convincente per tutti.
Levitico 25:8: "Conterai pure sette settimane d'anni: sette volte sette anni; e queste sette settimane d'anni ti faranno un periodo di 49 anni".
Nessun dubbio quindi circa il significato d'un'espressione magari a prima vista tanto enigmatica.
490 anni sono fissati..."riguardo al tuo popolo e alla tua santa città".
Israele ha un posto speciale nei piani di Dio come nessun altro popolo. Esso è il popolo di Dio e Gerusalemme, dice il profeta a Dio nella sua preghiera, è la città che "si chiama del tuo nome" (così traduce la Diodati al v.18).
Paolo stesso ricorderà ai Gentili, ai cristiani non ebrei che..."per quanto concerne l'elezione, sono amati per via dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento", Romani 11:28-29.
Come vedremo c'è ancora qualcosa che dovrà avverarsi di questa profezia e comprendere che Dio ha soltanto interrotto i suoi rapporti nazionali con Israele, ma non li ha rinnegati, è essenziale per una precisa comprensione della profezia che stiamo essaminando.
"per far cessare la trasgressione, per mettere fine al peccato, per espiare l'iniquità, e addurre la giustizia eterna, per sigillare visione e profezia, e per ungere un luogo santissimo".
La promessa, in armonia col resto delle profezie di Daniele è quella del regno messianico degli ultimi tempi, del millennio, del periodo di pace e prosperità che viene promesso al popolo di Israele quando sarà comparso il messia nella sua gloria di re.
Il punto finale delle settanta settimane è sempre la pietra che distrugge la statua, il figlio dell'uomo che viene con le nuvole. Spiritualizzare e fare del periodo della chiesa questo regno promesso è un errore che la considerazione di tutte le profezie di Daniele non ci può fare commettere.
Più avanti ribadiremo il concetto e vedremo diversi brani biblici che lo chiariscono.
E' chiaro comunque che oggi il popolo di Dio vive come durante l'esilio babilonese. Ciò a causa del suo peccato, perchè non ha riconosciuto in Gesù il Cristo promesso.
Vi è allora ancora un futuro per Israele quale nazione di Dio. La restaurazione che palesemente non ha ancora avuto luogo è futura.
Essa avverrà alla fine delle 70 settimane, come promesso.
Allora la disobbedienza del popolo di Israele cesserà per sempre; anche qui, però, per un intervento potente di Dio, al ritorno di Gesù Cristo, per Israele all'apparizione del Messia.
Il peccato del popolo non sarà più. Durante il regno del Messia, Israele non peccherà più contro Dio.
Israele non conoscerà più il castigo di Dio e veramente una volta per tutte tornerà a Dio, dopo che l'ultimo tremenda prova che ancora oggi sta sperimentando per il suo rifiuto del messia l'avrà purificato definitivamente.
Col regno messianico arriverà la giustizia, la giustizia eterna che viene da Dio e che renderà veramente ragione ai giusti.
Le visioni e le profezie allora non esisteranno più e tutto quanto i profeti di Dio avranno annunciato sarà venuto a compimento.
La shekinah, la presenza di Dio, dipartitasi da Israele e mai più ad oggi resituitale apparirà di nuovo nel tempio consacrato durante il millennio.
L'unzione del tempio: Esodo 29:36; 30:26-28.
Il tempio millemario del regno del Messia è descritto in Ezechiele 40 e l'entrata della gloria di Dio in questo tempio in Ezechiele 43:1-5.
"Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme..."
Il punto d'inizio dei 490 anni è un editto, descritto con precisione.
Esso non è l'editto di Ciro del 536 a.C. che abbiamo considerato, perchè questo non riguarda la riedificazione dell città di Gerusalemme. Non sono nemmeno gli altri editti dei re persiani che troviamo nella Scrittura e che permettono ad Israele di ricostruire il suo tempio.Quello di Dario descritto in Esdra 6:1-12. Quello di Artaserse dato ad Esdra che troviamo descritto in Esdra 7:11-26.
L'editto di Artaserse del 445 a.C., descritto in Neemia al capitolo 2, risponde ai requisiti della profezia: è specifico e consente la riedificazione di Gerusalemme. Esso è il punto d'inizio delle 70 settimane.
"...fino all'apparire del Messia, il Principe, vi sono sette settimane e sessantadue settimane..."
Il punto di arrivo delle prime sessantanove settimane è la comparsa del Messia.
Le traduzioni più recenti traducono in maniera più elastica il brano. Ma il senso in cui va compreso impone la traduzione che ho usato. Più avanti spiegherò perchè.
Parliamo di numeri e vediamo se questo è vero.
Innanzi tutto dobbiamo comprendere che la profezia di Daniele è si in anni, ma anni di 360 giorni. Abbiamo quindi dal 445 a.C. al Messia 483 anni di 360 giorni, mentre il nostro calendario è espresso in anni di 365,25 giorni.
Per un computo esatto che tenga conto di questo dato, irrilevante per un tempo breve, ma notevole quando rapportato ad un periodo tanto lungo, dobbiamo cambiare gli anni della profezia in giorni.
Calcoleremo quindi il numero di giorni cui si riferiscono i 483 anni profetici.
483 x 360 = 173.880 gg.
Allora dal 445 a.C. dobbiamo computare 173.880 giorni.
Sir Robert Anderson ha calcolato che i 173.880 giorni che cominciano con l'editto di Artaserse, del 1 Nisan del suo ventesimo anno di regno, si concludono esattamente il 10 Nisan del 18 anno di Tiberio Cesare, il giorno in cui Gesù entrò trionfalmente in Gerusalemme.
In quel giorno Gesù disse apertamente a tutti che egli era il Cristo promesso.
Entrando come ci descrivono i Vangeli egli infatti avverava la profezia di Zaccaria.
"Esulta grandemente, o figliola di Sion, manda gridi d'allegrezza, o figliola di Gerusalemme; ecco il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile e montato sopra un asino, sopra un puledro d'asina", Zaccaria 9:9.
I Giudei, la casta sacredotale, riconobbero il segno messianico, che Gesù stava finalmente in maniera definitiva e chiara proclamandosi il Messia promesso, il Re.
Fu allora che presero la decisione di ucciderlo.
"Il Messia, il Principe". L'unto, il Messia o Cristo, termini in diverse lingue per esprimere il medesimo significato, promesso da questa profezia è un re ed un sacerdote.
Predicò Pietro alla Pentecoste: "Sappia dunque sicuramente tutta la casa di Israele che Iddio ha fatto e Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso", Atti 2:36.
Ciò in accordo con le profezie date nell'Antico Testamento sulla natura regale e sacerdotale del Messia.
Come re egli adempie la profezia data a Davide: "...Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai coi tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua progenie, il figlio che sarà uscito dalle tue viscere, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli edifichera una casa al mio nome, ed io renderò stabile in perpetuo il trono del suo regno...E la tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre, dinanzi a te, e il tuo trono sarà reso stabile in perpetuo", II Samuele 7:12-13,16.
Un primo avverarsi della profezia si è avuto in Salomone, figlio di Davide. Ma è chiaro che il brano descrive soprattutto un discendente di Davide ancora più grande, il Messia stesso. Come per gli ultimi versi del capitolo 8, dove la figura di Antioco e dell'Anticristo si fondono
Egli è stato predetto come sacerdote: "L'Eterno ha giurato e non si pentirà: tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedec", Salmo 110:4
Il Nuovo Testamento ci conferma ciò con ampie citazioni dall'Antico Testamento in diverse occasioni.
"...essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura ma in tempi angosciosi."
Sono occorsi diversi anni per la ricostruzione completa di Gerusalemme, le mura e le sue piazze, come narrano bene i libri storici dell'A.T..
"E dopo le sessantadue settimane il Messia sarà ucciso, e nessuno sarà per lui".
Pochi giorni dopo la sua entrata in Gerusalemme, Gesù fu ucciso. Il testo originale parla di una morte violenta e una morte solitaria. Daniele vede la morte del Messia e la sua reiezione, sebbene questa non rientri nelle settanta settimane.
La morte espiatoria del Messia era stata vista da Isaia, anni prima.
"Chi ha creduto a quel che noi abbiamo annunziato? e a chi è stato rivelato il braccio dell’Eterno?
Egli è venuto su dinanzi a lui come un rampollo, come una radice ch’esce da un arido suolo; non avea forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza, da farcelo desiderare.
Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con il patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.
E, nondimeno, eran le nostre malattie ch’egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui s’era caricato; e noi lo reputavamo colpito, battuto da Dio, ed umiliato!
Ma egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiam pace, è stato su lui, e per le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione.
Noi tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propria via; e l’Eterno ha fatto cader su lui l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, umiliò se stesso, e non aperse la bocca. Come l’agnello menato allo scannatoio, come la pecora muta dinanzi a chi la tosa, egli non aperse la bocca.
Dall’oppressione e dal giudizio fu portato via; e fra quelli della sua generazione chi rifletté ch’egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a motivo delle trasgressioni del mio popolo?
Gli avevano assegnata la sepoltura fra gli empi, ma nella sua morte, egli è stato col ricco, perché non aveva commesso violenze né v’era stata frode nella sua bocca.
Ma piacque all’Eterno di fiaccarlo coi patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrifizio per la colpa, egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni, e l’opera dell’Eterno prospererà nelle sue mani.
Egli vedrà il frutto del tormento dell’anima sua, e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, e si caricherà egli stesso delle loro iniquità. Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino coi potenti, perché ha dato se stesso alla morte, ed è stato annoverato fra i trasgressori, perch’egli ha portato i peccati di molti, e ha interceduto per i trasgressori.", Isaia 53:1-12.
Le profezie sul Messia re non erano false, ma vanno riferite ad un tempo più lontano. La prima venuta di Gesù è stata per togliere i peccati di coloro che avrebbero creduto in lui. Le profezie del re si avvereranno al suo ritorno in gloria.
Daniele vede anche le conseguenze della decisione del popolo di Israele di rigettare il Messia.
"E il popolo d'un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà con una inondazione; ed è decretato che vi saranno delle devastazioni sino alla fine della guerra."
Lo stesso Gesù che sapeva ciò che da li a pochi giorni si sarebbe compiuto, profetizzò.
"Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua pace! Ma ora è nascosto agli occhi tuoi. perchè verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, e ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; e atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perchè tu non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata", Luca 19:42-44.
Spiritualizzare i brani profetici impedisce soltanto di arrivare alla corretta interpretazione degli stessi. Dio dell'Antico Testamento per molti è diverso dal Dio del Nuovo. Ma non è vero. Sono diversi i rapporti che Dio aveva un tempo e che avrà ancora col suo popolo Israele rispetto al suo rapporto con la Chiesa in questi giorni.
Dio mandò su Israele il flagello promesso per bocca di Gesù, perchè Israele non aveva accettato il Messia. Il termini del rapporto di Dio con la nazione di Israele non sono cambiati, come le promesse e le profezie che la riguardano non sono state annullate.
Nel 70 dopo Cristo, esattamente secondo quanto predetto da Gesù -questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute, Mt. 24:34- "il popolo del capo che verrà", i romani, guidati da Tito distrussero Gerusalemme e il tempio.
Fu un periodo di tremenda prova per Israele, di orrori inimmaginabili, descritti vividamente da Giuseppe Flavio, nelle sue Antichità, nel I secolo e da Eusebio, nella Storia Ecclesiastica della prima metà del IV secolo.
Ne parlerò più in dettaglio quando esaminerò il sermone profetico di Gesù.
Da allora il popolo di Israele è disperso fra le nazioni.
"Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e oblazione; e sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore; e questo finchè la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore".
Chi è che stabilirà il patto con molti?
Il soggetto è senza dubbio "il capo che verrà" del verso precedente, il cui popolo veniva detto che avrebbe distrutto la città e il tempio.
Il capo che verrà è il piccolo corno del quale abbiamo parlato al capitolo 7, l'anticristo.
Abbiamo anche detto che Antioco IV Epifane è una sua figura, un suo tipo. Ebbene come quello, l'anticristo farà un patto con i giudei apostati, forse per proteggerli da un nemico. Ciò, quando il tempio sarà stato di nuovo edificato e i giudei avranno ripreso i servizi divini previsti dalla legge mosaica.
Ma a metà dei sette anni, farà cessare il sacrificio e l'oblazione, ogni atto sacerdotale - come fece Antioco- e profanerà egli stesso il tempio, come Antioco che osò porre nel Santo dei Santi la statua di Giove che poi raffigurave le sue stesse sembianze.
Gli ultimi 3 anni e mezzo dell'ultima settimana saranno di dolorosa persecuzione per il popolo di Israele che avendo compreso dalla profanazione del Tempio la vera natura dell'anticristo, non accetterà più di sottomettersi ad esso. Come ai giorni di Antioco, quando i fedeli alla legge di Dio si opposero con ogni mezzo a questo re, anche allora vi saranno coloro che non accetteranno l'idolatria e il culto richiesto dall'anticristo. Costoro saranno perseguitati dall'anticristo e ciò fino alla fine dei secondi tre anni e mezzo della settimana, il tempo de' tempi e la metà d'un tempo del capitolo 7. Questa è la Grande Tribolazione della quale ci parla Gesù nel suo sermone profetico e Giovanni nell'Apocalisse.
Poi il regno sarà dato ai santi. Alla fine delle 70 settimane Dio stesso interverrà tramite Gesù, stavolta non più "umile" servo di Dio venuto a compiere la volontà di Dio della redenzione dell'uomo, ma Re e Giudice.
Il periodo della Chiesa non è visto da Daniele, come del resto abbiamo notato ai capitoli precedenti. Egli vede in un continuo gli eventi riguardanti il popolo di Dio fino alla consumazione dei tempi, tranne la parentesi profetica che è l'età della Chiesa.
E' come se il profeta vedesse in prospettiva la cima d'una montagna dietro una prima montagna che gli sta davanti. Può descrivere benissimo la prima montagna, ma della seconda vede solo la fine. La vallata che sta nel mezzo non può vederla.
D'altronde la Chiesa non è il soggetto della visione e parlare di essa esula dallo scopo della profezia.
Nella nostra età, l'età della grazia, il calendario profetico che riguarda Israele si è arrestato. Quando regneranno insieme i 10 re del capitolo 7 e la statua sarà giunta alla fase rappresentata dai piedi di ferro ed argilla, allora il calendario profetico ricomincerà a correre. In quel tempo sarà finita l'età della grazia e Dio si ricorderà della nazione di Israele che nel frattempo sarà disposta a ritornare ad essere fedele al suo Dio. La ritrovata fedeltà sarà la causa dell'ultimo selvaggio attacco di Satana negli ultimi 3 anni e mezzo, 42 mesi, 1260 giorni, per distruggere il popolo di Dio.
Ippolito, autore cristiano del secondo secolo, conferma questa interpretazione:
"Dicendo dunque una settimana, -scrive parlando del v.27- ha indicato l'ultima -delle 70- che vi sarà negli ultimi tempi alla fine del mondo intero", L'anticristo 43:2
La meravigliosa armonia delle profezie fin qui esaminate, sono la migliore prova della loro autenticità e della fedeltà dell'interpretazione data. Certo i dettegli minori sono oscuri, difficili a potersi determinare con certezza, ma le grendi linee sono così ben tracciate da lasciare poco spazio per dubbi a chi crede nella ispirazione della Scrittura Sacra, nell'attendibilità della Parola di Dio, e crede che Dio ha rivelato ogni cosa ai suoi figli; anche le cose a venire.
E' però necessario che approfondisca, nel paragrafo seguente, dei dettagli, giustificando i motivi che ci hanno condotto a delle conclusioni diverse da quelle di altri studiosi, ma soprattutto a presentare una traduzione oggi poco in voga.

Riassumiamo in un piccolo schema.

 


IX. Altre traduzioni ed interpretazioni delle settanta settimane a confronto

IL TESTO

dalla DIODATI
"9:24 Vi sono settanta settimane determinate sopra il tuo popolo, e sopra la tua santa città, per terminare il misfatto, e per far venir meno i peccati, e per far purgamento per l'iniquità, e per addurre la giustizia eterna, e per suggellar la visione, ed i profeti; e per ungere il Santo de' santi.
9:25 Sappi adunque, ed intendi, che da che sarà uscita la parola, che Gerusalemme sia riedificata, infino al Messia, Capo dell'esercito, [vi saranno] sette settimaane, e [altre] sessantadue settimane, [nelle quali] saranno di nuovo edificate le piazze, e le mura, e i fossi; e [ciò], in tempi angosciosi.
9:26 E dopo quelle sessantadue settimane, essendo sterminato il Messia senza, che gli [resti più] nulla, il popolo del Capo dell'esercito a venire distruggerà la città, e il santuario; e la fine di essa sarà con inondazione, e [vi saranno] desolazioni determinate infino al fine della guerra.
9:27 Ed esso confermerà il patto a molti in una settimana; e nella metà della settimana farà cessare il sacrificio, e l'offerta; poi [verrà] il desertatore sopra le ale abbominevoli; e fino alla finale e determinata perdizione, [quell'inondazione] sarà versata sopra il [popolo] desolato."
 

dalla RIVEDUTA
"9:24 Settanta settimane son fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la trasgressione, per metter fine al peccato, per espiare l'iniquità e addurre una giustizia eterna, per suggellare visione e profezia, e per ungere un luogo santissimo.
9:25 Sappilo dunque, e intendi! Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi.
9:26 Dopo le sessantadue settimane, un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. E il popolo d'un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione; ed è decretato che vi saranno delle devastazioni sino alla fine della guerra.
9:27 Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare sacrifizio e oblazione; e sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore; e questo, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore".
 

dalla NUOVA RIVEDUTA
"9:24 Settanta settimane sono state fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la perversità, per mettere fine al peccato, per espiare l'iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo.
9:25 Sappi dunque e comprendi bene: dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazza e mura, ma in tempi angosciosi.
9:26 Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo d'un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione ed è decretato che vi saranno devastazioni sino alla fine della guerra.
9:27 L'invasore stabilirà un patto con molti, per una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta; sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore. Il devastatore commetterà le cose piú abominevoli, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore".
 

Come il lettore avrà notato nel trattare delle Settanta settimane ho abbandonato la traduzione Riveduta per preferire la Diodati.
In questo brano ciò si è reso necessario perchè l'importanza dell'esattezza della traduzione è fondamentale per una corretta interpretazione della profezia.
Questi i motivi della mia scelta.
La Riveduta Luzzi:
"...Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi. Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui".
Perchè unto e non Messia ?
La Riveduta risente evidentemente troppo dell'ambiente razionalistico degli studiosi dei nostri giorni. L'unto della profezia è il Messia, la cui venuta ha luogo 69 settimane dopo l'editto della restaurazione di Gerusalemme. Egli è sacerdote e re, come detto in precedenza, una descrizione del testo quindi troppo chiara perchè si possa parlare di altri se non del Messia promesso.
Traspare la diffidenza del traduttore circa l'autenticità (messianicità) della profezia.
Continuando a leggere la Riveduta, l'unto ucciso non è il Messia. Mentre questa è l'unica conclusione che possiamo trarre da una interpretazione che rispetti i dettagli della profezia e la ritenga autentica.
" fino all'apparire di un unto, di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane...", legge ancora la Riveduta. L'unto sarebbe apparso quindi dopo 49 anni dopo l'editto del 445 ? e in sessantadue settimane, 434 anni sarebbe stata ricostruita la città ?
Chi è questo unto (sacerdote-re) comparso nel 396 a.C. ?
Ogni altro punto d'inizio per le settanta settimane che non sia l'editto di Artaserse del 445 a.C. sarebbe di comodo e non terrebbe nella dovuta considerazione i dettagli tanto precisi della profezia.
C'è da aggiungere che, sebbene la ricostruzione di Gerusalemme non sia certo avvenuta in un giorno, non possiamo immaginare che lo zelo dei giudei si sia concluso in una parsimonia tale da prolungarla per ben 434 anni!
La Diodati traduce:
"Sappi adunque e intendi, che da che sarà uscita la parola che Gerusalemme sia riedificata, infino al Messia, Capo dell'Esercito, vi saranno sette settimane e altre sessantadue settimane, nelle quali saranno di nuovo edificate le piazze, e le mura e i fossi; e ciò in tempi angosciosi. E dopo quelle sessantadue settimane, essendo sterminato il Messia, senza che gli resti più nulla..."
Diodati mette bene in evidenza il carattere sacerdotale e regale insieme del Messia. Le sette settimane vanno insieme con le sessantadue per computare l'arrivo di questo Messia, ma durante le prime sette avrà luogo la ricostruzione. Una motivazione molto interessante per la prima divisione della profezia, le prime sette settimane, è quella ipotizzata da Lehman Strauss nel suo The prophecies of Daniel, "Dal tempo del decreto di Artaserse fino alla chiusura del canone dell'Antico Testamento, che si concludeva con la profezia di Malachia, trascorrono "sette settimane", o sette settenari di anni, che sono 49 anni.", pag.272.
I due periodi sette e sessantadue sono si distinti, perchè non vengono coputati insieme come 69, ma siccome è al termine di sessantanove settimane che sarebbe apparso il Messia, sono annunciate consecutivamente. Quindi è specificato che nei primi quarantanove anni è stata riedificata la città. I dettagli sui quali si sofferma il profeta, giustificano l'importanza d'una tale divisione. Poi è detto che alla fine delle sessantadue settimane il Messia sarà ucciso.
Immagino che la traduzione di questo brano non sia facile. Ma perchè i traduttori debbono prediligere sempre la lettura che più scredita la Parola di Dio? -il lettore perdoni questo breve sfogo personale e gli dia il valore che ritiene opportuno.
Stranamente, trovo un alleato nella traduzione "Parola del Signore, LA BIBBIA in lingua corrente", una recente traduzione interconfessionale della LDC e ABU. Questa "traduzione" in realtà vuole essere più che una semplice versione, e spiega il testo originale come compreso dai traduttori.
Questa traduce:
"Per il tuo tempo e per la tua città santa è stato fissato un tempo di settanta periodi di sette anni. Questo periodo è necessario perchè termini la disubbidienza, cessino le colpe e i peccati siano perdonati, la giustizia eterna si manifesti, le visioni e le profezie si realizzino e il Luogo Santissimo sia di nuovo consacrato.
Ecco quel che tu devi sapere e comprendere: dal momento in cui è stato pronunziato il messaggio che riguarda il ritorno dall'esilio e la ricostruzione di Gerusalemme fino all'apparire d'un condottiero consacrato devono passare sette periodi di sette anni e sessantadue periodi di sette anni; questo ritorno dall'esilio e questa ricostruzione della città e delle fortificazioni si faranno in tempi difficili. Al termine di questi sessantadue periodi, un uomo consacrato sarà eliminato senza che alcuno lo difenda. Poi verrà un condottiero con il suo esercito per distruggere la città e il santuario. La fine verrà come un torrente in piena. Sino alla fine ci sarà una guerra di devastazione, com'è stato deciso da Dio.
Durante l'ltimo periodo di sette anni, questo condottiero confermerà un patto per un gran numero di persone. E a metà della settimana, farà cessare anche i sacrifici e le offerte, porrà sull'altare un idolo orribile, finchè la fine decretata non si abbatterà su questo devastatore".
La traduzione migliore, che rispetta la autentica messianicità del testo, è, ancora oggi, quella di Diodati.
Uno studioso afferma apertamente: "Questa notevole varietà di opinioni fra gli espositori non è dovuta ad alcuna ambiguità nell'originale stesso, ma origina dalla predeterminazione a forzare il brano così che possa armonizzarsi con gli eventi del periodo maccabaico",Wright, pag. 227.
Prima di procedere ad una corretta interpretazione di questa profezia, più che in tutti gli altri brani profetici, è indispensabile pesare la traduzione del testo e non lasciarsi guidare ciecamente da essa.
Ma qual' è la interpretazione razionalista oggi più in voga?
Quella sostenuta da coloro che credono che Daniele non abbia mai profetizzato e che sia invece l'opera di un giudeo vissuto durante l'epoca maccabaica, merita di essere esaminata con cura, in quanto nelle sue inesattezze troveremo migliore certezza per l'interpretazione messianica della profezia.
Com'è stato fatto per i capitoli precedenti, anche per questa meravigliosa profezia della parola di Dio, sono proposte tutte le alternative possibili perchè essa trovi un qualunque avverarsi nel periodo in cui visse l'anonimo autore del II secolo a.C.
La stessa traduzione interconfessionale che ho citato per esteso si cura di specificare nelle note quanto segue:
- l'editto di Artaserse non è il punto d'inizio della profezia, bensì il "messaggio" -nota la traduzione- di Geremia, la profezia dei settanta anni.
- il "condottiero consacrato" è "probabilmente Ciro".
- l'uomo consacrato? "probabilmente il sacerdote Onia III, assassinato nel 171 a.C."
- Il soggetto della distruzione della città e del tempio è Antioco Epifane, sia al verso 26 che al verso 27.
Dall'introduzione al libro di daniele data in questa traduzione leggiamo:
"Il libro di Daniele è stato scritto in un periodo di crisi per il popolo ebraico, al tempo in cui questo era vittima di persecuzione e di oppressione. L'autore racconta fatti e visioni con parole di incoraggiamento per coloro che professano la sua stessa fede: il Signore abbatterà i tiranni e restaurerà la sovranità del suo popolo".
Nonostante il finale commovente, è pietoso che traspaia -bisogna essere informati e saper leggere tra le righe- ma non compare chiaramente la concezione vera di chi ha tradotto: quella che vede il libro come opera d'un giudeo anonimo vissuto al tempo della persecuzione di Antioco, che si spaccia per Daniele e che propone delle false profezie al popolo giudaico.
I presupposti pesano troppo e sono troppo in antitesi con la parola di Dio perchè possano essere attendibili le conclusioni cui conducono..
La profezia di Geremia può essere l'inizio delle settimane se la si considera anch'essa post eventum. Perchè se l'editto di Ciro è del 538, la profezia di Geremia dovrebbe essere del 587 a.C. circa.
Daniele specifica chiaramente che il computo deve iniziare con l'editto che riguarda la ricostruzione della città, l'editto di Artaserse del 445 a.C..
Il computo dei 49 anni non regge più. Ciro d'altrocanto non è re e sacerdote come lascia intendere il testo.
Le parole che vengono applicate ad Onia III avrebbero senso, ma se non fossero dettate dalla necessità di far concludere la profezia prima dell'epoca dei maccabei. Perchè contando 483 anni, 173.880 giorni, dall'editto del 445 a.C. arriviamo a ben altra data, come abbiamo visto.
In ultimo, Antioco non distrusse mai la città e il tempio come afferma il verso 26, tant'è vero che profanò quest'ultimo ponendo nel santo dei santi un idolo pagano.
E' singolare che l'interpretazione razionalista sia costretta a farci vedere un tempio prima distrutto poi profanato.
La forza della interpretazione cristiana "tradizionale" è la sua armonia col testo biblico, con l'autorità propria della parola di Dio, con le altre profezie, ma anche l'inconsistenza delle alternative razionaliste.
Merita nota l'altra interpretazione che può essere anch'essa definita "tradizionale" che gode di molto credito in ambiente cristiano, che non vede, dettagli minori a parte, nella 70a settimana non un periodo ancora futuro, bensì già compiuto.
Il punto finale della profezia sarebbe il regno spirituale della Chiesa. La fine della trasgressione, del peccato e l'espiazione sarebbero avvenuti alla morte di Gesù. Allora si avverarono le profezie e comparve la giustizia eterna in Cristo. Non sarebbe il luogo Santissimo del Tempio ad essere stato unto bensì il Santo dei Santi, inteso come Gesù.
Il soggetto della 70a settimana, colui che stabilirà il patto con molti è ancora Gesù, il quale col suo sacrificio avrebbe fatto cessare definitivamente i servizi divini del tempio ebraico.
Un'interpretazione che non perde di vista il carattere messianico della profezia, che merita il massimo rispetto e la più seria considerazione, ma che a mio avviso trascura il soggetto della stessa profezia: "il tuo popolo e la tua santa città", l' Israele nazione di Dio. Per la nazione di Dio a tutt'oggi non è finita la trasgressione, il peccato non è finito, l'iniquità commessa contro Dio non è stata espiata, la giustizia eterna non è stata addotta e molte profezie che lo riguardano, nell'Antico Testamento ma anche nel Nuovo non sono venute a compimento.
Sebbene alcune traduzioni parlino di unzione del Santo de' Santi, altre specificano meglio per evitare dei fraintendimenti a quella maniera possibili che è il luogo santissimo che sarà unto, consacrato.
Il soggetto del verso 27 non è il Messia, bensì il "capo del popolo che verrà" menzionato nel verso 26.
Il patto di Gesù, il nuovo patto, è difficile a definirsi inquadrato all'interno d'una settimana. Non è la morte di Gesù che fece cessare il sacrificio e l'oblazione, che del resto continuarono fino alla distruzione del 70 d.C.; la profezia si riferisce ad un evento violento.
Una tale interpretazione perde di vista che è la sorte terrena del popolo di Dio, Israele ad essere il soggetto della profezia e che il punto d'arrivo d'essa, come per le profezie di Daniele dei capitoli 2 e 7, è il regno messianico, il millennio.
La Chiesa non è stata vista da Daniele.
Nei collegamenti che farò con i brani profetici che ancora andrermo ad esaminare, sarà ancora più chiaro che l' interpretazione qui data è la più congeniale e scritturale, suggerita da un'esame di tutte le profezie bibliche ed un logico affiancarsi di queste per fornire l'una i dettagli per la migliore comprensione dell'altra.
I collegamenti fatti sin qui credo che lo dimostrino già ampiamente.



Conclusione

Mi accorgo quanto di più ci sia da dire sulle profezie bibliche e quanto sia necessario aggiungere dei collegamenti al Nuovo Testamento. L'esposizione data fin qui a malapena -se lo fa- otrepassa il limite degli appunti personali.
Un ulteriore approfondimento della materia e un vero e proprio libro seguiranno se Dio vorrà che il mio lavoro incontri il favore del pubblico evangelico italiano.