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αὐξανόμενοι εἰς τὴν ἐπίγνωσιν τοῦ Θεοῦ
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Giuseppe Guarino Ebrei 1:1-3
Questo brano della Scrittura è di una bellezza e profondità straordinaria. E' anche di una certa importanza per la cristologia e i tantissimi dettagli e spunti di riflessione concentrati in così pochi versi. Il mio commento vuole, senza presunzione, solo richiamare alla riflessione il lettore. Istruire quest'ultimo non è il mio scopo. La Bibbia parla in tanti modi quante sono le persone che la leggono. Parla al cuore di alcuni, all'intelletto di altri. Io propongo l'esegesi del brano, come io l'ho compreso. Ma spesso rimango affascinato da chi, non tralasciando l'interpretazione, sposta la sua attenzione sull'applicazione della Parola, rendendola viva nella propria vita, associandola all'esperienza personale quotidiana. Nelle discussioni sulla Parola di Dio, infatti, per quanto ci possa piacere renderle colte e profonde, non possiamo dimenticare che è la semplicità di un fanciullo ( e non l'istruzione di un accademico ) che ci permetterà di entrare nel regno dei Cieli. Paolo chiarisce benissimo qual è il fine della conoscenza cristiana: " COLOSSESI. Ho riportato diversi riferimenti al testo originale, ma mi sono sforzato di farlo proprio per l'utile di chi non conosce questa lingua.
Le parole che ho riportato in bianco sono omesse dal testo critico più moderno, il testo seguito dalla Luzzi. Erano invece presenti nel cosiddetto Textus Receptus. La loro inclusione o esclusione non incide affatto sul significato del passo in questione, in quanto sono due precisazioni di per sé corrette e persino ovvie.
EBREI 1:1-2a I primi versi di questo scritto sono totalmente al di fuori dei canoni delle altre epistole del Nuovo Testamento, tanto diversi da mettere persino in discussione il fatto di trovarci davanti ad una epistola per considerare la possibilità di iniziare la lettura di un breve trattato o persino di un sermone. Ciò sarebbe possibile, però, se non fossero presenti più in là dei chiari riferimenti che ci fanno subito scartare questa prima sensazione per confermare l'opinione tradizionale che è riflessa nel titolo che troviamo di solito nelle nostre Bibbie e che ne dà anche una breve descrizione: "Epistola agli Ebrei." Il fatto che questa epistola sia indirizzata a degli ebrei convertiti al cristianesimo sembra evidente dai troppi riferimenti specifici all'interno del testo e dallo stesso motivo portante di tutto lo scritto: il Nuovo Patto in Cristo sostituisce definitivamente quello Vecchio dato al popolo ebraico tramite Mosè nella Legge. Poi per sottolineare, se ve ne fosse bisogno, quanto la Parola di Dio sia universale e perfetta, veramente "utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto", 2Ti 3:16-17, dovremmo aggiungere che dal contenuto di tale scritto la Chiesa di Cristo ha tratto grande beneficio, soprattutto in quanto l'ha guidata lontano dall'errore della chiesa di Roma e dal suo sacrificio continuo della Messa. Vediamo subito l'intento dell'autore nel raffrontare e dimostrare la superiorità della nuova dispensazione, nella quale ci troviamo, in Cristo. Volendo schematizzare il primo verso, questo apparirà straordinariamente chiaro:
"In molte volte e in molti modi" è chiaramente un ovvio cenno alla gradualità della Rivelazione, al percorso della stessa da Abramo a Mosè, da Mosè ai profeti, volendola tracciare in grandi linee. Una rivelazione avvenuta in tempi diversi ed in modi diversi. In questa precisazione è come se si volesse parlare dell'inizio di un cammino, un cammino che ha visto la crescita della conoscenza di Dio e del Suo piano per l'umanità, in un crescendo. L'autore ha già chiaro in mente dove ci vuole portare ed ogni frase tende subito con grande intelligenza a tracciare i primi tratti del suo disegno. "anticamente". I profeti non esistevano più in Israele da secoli ormai e tutto lo sforzo degli Scribi e dei Dottori della Legge erano per la comprensione della Rivelazione data nell'Antico Testamento. "Dio parlò". E' una considerazione ovvia dell'autore. Egli da per scontato che coloro che leggeranno quanto scrive, i primi destinatari della sua "lettera", sanno che Dio ha parlato, si è Rivelato. Oggi non possiamo darlo per scontato. La certezza che nella Scrittura, negli autori sacri, Dio parli è messo in questione da molti. Persino molti che vivono una forma di cristianesimo non concorderebbero con una tale ovvia verità comune alla fede ebraica e cristiana: Dio si è rivelato all'uomo, ha parlato all'uomo. Nell'epoca in cui viviamo, pervasa da un forte sentimento sincretista e un relativismo ormai assoluto e onnipresente, una verità tanto semplice diventa complicata e difficile da comunicare all'uomo di oggi. Eppure la semplicità della Scrittura è disarmante. "ai padri". Ecco uno dei primi indizi che motivano l'indirizzo dell'epistola a degli ebrei convertiti al cristianesimo. La terminologia "ai padri" è troppo evidentemente ebraica, richiamando proprio la discendenza fisica dai primi depositari delle rivelazioni divine, per lasciare spazio a dubbi. E' chiaro allo stesso tempo che l'autore è anch'egli ebreo. Da qui la deduzione - con altri indizi - che Paolo abbia potuto essere l'autore di questa epistola. Personalmente, nonostante questa posizione non sia oggi la più in voga, credo molto plausibile una tale possibilità. Se il lettore ritiene il silenzio iniziale, certamente anomalo, a dir poco, se confrontato con le altre epistole paoline, determinante, lo invito a non essere così frettoloso: semmai tale omissione iniziale ha solo reso più popolare la negazione dell'autenticità dell'attribuzione a Paolo di questo scritto di quanto non sia successo per le altre epistole, l'autenticità delle quali alcuni, nonostanti i chiari riferimenti iniziali e finali, alcuni hanno comunque messo in discussione. "per mezzo dei profeti". I profeti qui non vanno intesi in senso stretto, bensì in maniera più ampia. In un certo senso Abramo fu un profeta, lo fu anche Mosè, ecc... Profeta potremmo dire che è stato chiunque è stato usato da Dio come tramite per rivelare la propria Parola agli uomini. Tanto meno l'affermazione dell'autore potrà riferirsi strettamente agli scritti "profetici" rinvenuti nella Scrittura. L'autore di Ebrei ha chiaramente in mente l'interezza della Rivelazione dell'antico patto. "In questi ultimi giorni." Il significato escatologico di questa espressione è evidente se riprendiamo la stessa nei profeti dell'Antico Testamento. Il riferimento è chiaramente ai giorni del Messia. Tantissimi i riferimenti biblici. Isaia 2:2: "Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del SIGNORE si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso." Daniele 2:28: "ma c'è un Dio nel cielo che rivela i misteri, ed egli ha fatto conoscere al re Nabucodonosor quello che deve avvenire negli ultimi giorni". Osea 3:5: "Poi i figli d'Israele torneranno a cercare il SIGNORE, loro Dio, e Davide, loro re, e ricorreranno tremanti al SIGNORE e alla sua bontà, negli ultimi giorni". Ancora il richiamo alla tradizione e cultura ebraica è un chiaro indizio di chi avesse in mente l'autore dell'epistola. "ha parlato a noi". Si ripresenta ancora l'ovvio non più così ovvio oggi. La Rivelazione, avvenuta in modi e tempi diversi, tramite santi uomini di Dio, oggi, nei giorni del Messia, arriva al suo completamento nel Figlio di Dio, Parola incarnata (Giovanni 1:1), perfetta rivelazione dell'invisibile Padre (Giovanni ) e della Sua volontà (Giovanni ). E' il culmine della Rivelazione. Quello che era in embrione nell'Antico Testamento, in Cristo trova il suo compimento e completamento; persino il suo senso. Il testo originale, come spesso accade, ci dice qualcosa in più della traduzione. La Diodati ci può venire in aiuto. Questa traduce: "nei profeti" e ancora "nel suo Figliuolo". La letteralità è una delle qualità che ho sempre apprezzato in questa versione della Bibbia. Infatti, il testo originale dice: "ἐν τοῖς προφήταις", letteralmente: "nei profeti" e "ἐν υἱῷ", "nel Figlio". Diodati aggiunge "suo", in corsivo, per far intendere che l'aggettivo possessivo non si trova nell'originale. La Nuova Riveduta traduce: "per mezzo del Figlio", visto che la preposizione "ἐν", "in", può avere una valenza strumentale. Pessima, a mio avviso la Luzzi, "mediante il suo Figliuolo" anche se forse cerca soltanto di rendere la lettura della Diodati più attuale. Da tutte queste diversità nelle varie versioni traspare la difficoltà di questo brano. Scrive Marcus Dods nel suo commentario al testo greco del Nuovo Testamento: "La preposizione ἐν ... implica che ciò che i profeti hanno detto, Dio l'ha detto...E il pieno significato di ἐν è visto in ἐν υἱῷ. ἐν υἱῷ senza l'articolo deve tradursi "in un figlio" o "in uno che è un figlio", definendo la natura della persona attraverso la quale questa rivelazione finale è stata fatta. La rivelazione adesso consisteva non solo in quello che veniva detto ( i profeti ) ma in quello che egli era ( Figlio ). Questa rivelazione era definitiva perchè avvenuta per mezzo di colui che in tutto ciò che Egli è e fa, rivela il Padre.", The Expositor's Greek Testament, Edited by Robertson Nicol, Vol. IV, pag.249. E'
incredibile quanto la lingua greca fosse sofisticata e permettesse di
trasmettere dei significati tanto profondi. La Rivelazione in Cristo era
diversa e definitiva proprio per chi Egli era. Leggiamo nel Vangelo di
Giovanni 3:13: "Nessuno è salito in cielo, se
non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell'uomo che è nel cielo".
Ma soprattutto nel prologo di questo vangelo: "Poiché
la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute
per mezzo di Gesù Cristo. Nessuno ha mai veduto Iddio; l'unigenito
Figliuolo, che è nel seno del Padre, è quel che l'ha fatto conoscere".
Giovanni 1:17-18. L'affermazione di Giovanni ricalca da vicino
l'introduzione dell'epistola agli Ebrei ed anche qui si sottolinea l'unicità
della Rivelazione in Cristo il quale non solo ha portato la "grazia
e la verità", ma ha anche fatto conoscere in se
stesso il Padre, "l'ha fatto conoscere",
ha reso visibile l'invisibile Dio : "...chi
vede me, vede Colui che mi ha mandato".
Giovanni 12:45. EBREI 1:2b-3 ... il quale (Figlio) ha costituito erede di ogni cosa, per mezzo del quale ha anche creato il mondo. Egli, che è lo splendore della sua gloria e l'immagine della sua persona, sostenendo ogni cosa con la parola della sua potenza, avendo fatto, per mezzo di se stesso, la purificazione dei nostri peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi. Ed ora l'autore passa ad introdurre il tema della superiorità del Nuovo Patto in Cristo, in quanto superiore Cristo a tutti i profeti e persino agli angeli, tramite i quali era stato dato al popolo l'antico patto. Come scrisse Giovanni: "La Legge..... "
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